Perché gli italiani hanno ancora paura del terrorismo

in Esteri

Un recente report pubblicato dall’Istituto Demoskopica ha messo in evidenza come il fenomeno terrorismo continua a condizionare, almeno per una parte degli italiani, le scelte di viaggio per vacanza. Nella giornata del 22 dicembre, su un campione rappresentativo della popolazione residente – ben l’ 8,7% degli italiani, pari a circa 5,2 milioni di persone, ha deciso di non partire per le vacanze di fine 2019 in quanto “condizionato” dall’ansia e dalla paura di possibili attentati terroristici. In particolare, il 4,6% degli intervistati non ha esitato ad ammettere di “aver programmato di andare in viaggio ma di aver rinunciato” a cui si aggiunge un altro 4,1% di cittadini che “hanno molta paura, limitando il più possibile le uscite di casa”.

 

È chiaro che la percezione dell’opinione pubblica per quanto riguarda il rischio di restare vittima di un attentato è il più delle volte distorta e condizionata da tutta una serie di fattori tra cui la copertura mediatica degli attentati e del fenomeno terroristico in generale, al punto che è stato più volte dibattuto se si dovrebbe o meno fornire una copertura mediatica troppo prolungata e dettagliata degli attacchi, aspetto che potrebbe fare da cassa di risonanza ai terroristi. È però vero che limitare il diritto di cronaca risulta altrettanto problematico sotto diversi punti di vista. Insomma, un dibattito non banale da affrontare.

Inoltre, risulta difficilissimo fornire una misurazione adeguata e attendibile dell’effettivo rischio di attentati, tant’è che il “misuratore” multicolore che indica il livello di minaccia, utilizzato in molti paesi occidentali, è più volte stato messo in discussione. In Israele, ad esempio, è usata la cosiddetta “regional alert”, con la quale una specifica zona del Paese viene messa in stato di allerta nel momento in cui l’intelligence è in possesso di sufficienti informazioni per ritenere un attacco come imminente.

 

Un innalzamento del livello di allerta non implica con certezza che i terroristi stiano per colpire, così come non è detto che un attacco non possa avvenire nel momento in cui la situazione risulti assolutamente tranquilla, ma queste sono banalità. I fattori ricollegabili a possibili attacchi sono talmente tanti che è praticamente impossibile fornire previsioni accurate, al punto che in Israele si parla più di “risk management” che di “risk elimination” per quanto riguarda il fenomeno terroristico. In poche parole, il terrorismo può essere ridotto, ma non totalmente eradicato.

 

Un elemento che ha certamente un peso è il contesto geografico e politico. È chiaro infatti che, nella maggioranza dei casi, un paese con un elevato livello di intelligence e con un sistema politico-economico stabile riuscirà a gestire meglio il fenomeno terroristico rispetto a paesi dove i servizi di sicurezza operano in maniera inadeguata e dove c’è carenza di controlli. Non a caso i terroristi colpiscono con più frequenza e con modalità più devastanti in Nigeria, in Mali e in Somalia piuttosto che in Europa o negli Stati Uniti (11 settembre 2001 a parte che va analizzato come caso a sé stante). Del resto è sufficiente fare una somma delle vittime di due attentati perpetrati questo mese in Niger e Burkina Faso da jihadisti dell’Isis, nei confronti di basi militari, che hanno provocato la morte di almeno 106 persone (tra civili e militari). La vecchia teoria secondo la quale i jihadisti si infiltrano e colpiscono dove le istituzioni sono deboli è quasi sempre valida.

 

Un altro esempio utile è il contesto federale russo dove, man mano che le istituzioni si sono rafforzate e l’intelligence ha messo in atto misure preventive aggiornate ed adeguate alle nuove minacce, il numero e la gravità degli attacchi sono progressivamente diminuiti. Del resto anche in Europa, in seguito agli attacchi che hanno colpito Parigi e Bruxelles, la situazione è progressivamente migliorata, al punto che i terroristi islamisti sono ora costretti a invocare il jihad “individuale” utilizzando oggetti del quotidiano. Un modus operandi che se da una parte risulta imprevedibile e più difficile da prevenire, dall’altro mostra anche un’enorme difficoltà nel colpire e da parte dei gruppi terroristici.

 

Tornando all’iniziale discorso della percezione, è fondamentale tener presente che, statisticamente parlando, il rischio di restare vittime di un incidente automobilistico o pedonale è di gran lunga maggiore rispetto a quello di divenire target di terroristi. In aggiunta, è bene tener presente che il numero di attentati a livello globale è costantemente diminuito negli ultimi anni, passando dai 13.482 nel 2014 agli 8.093 nel 2018, secondo quanto riportato dai dati Statista del 2019.

 

In generale, gli italiani non hanno motivo di chiudersi in casa per paura di attentati, comportamento che oltre ad essere il risultato di percezioni distorte dei rischi, finisce per fare il gioco dei jihadisti. È invece utile mantenere un’equilibrata attenzione nei confronti degli ambienti circostanti, segnalando alle Forze dell’Ordine eventuali comportamenti o situazioni sospette. Insideover

Ultime da Esteri

Vai a Inizio pagina