Maestro dell’Isis a Foggia, ai bimbi mostrava teste sgozzate. Il Tribunale condanna Rahman Abdel Mohy

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La Corte di Assise di Foggia ha condannato a 5 anni di reclusione il 60enne di origini egiziane Rahman Abdel Mohy, presidente dell’associazione culturale islamica “Al Dawa” di Foggia, ritenuto responsabile dei reati di terrorismo internazionale (pro Isis) e apologia di terrorismo per aver indottrinato al martirio una decina di bambini durante lezioni di religione.

L’imputato avrebbe mostrato per mesi a un gruppo di minorenni tra 4 e 10 anni immagini di teste sgozzate, racconti di odio e violenza, istruzioni per fabbricare armi e bombe. Agli atti dei magistrati anche alcuni video nei quali si parla “dell’obbligo di distruggere le chiese e trasformarle in moschee, individuando l’Italia come obiettivo dell’attività terroristica”. L’imputato ha sempre respinto le accuse professando la sua contrarietà all’Isis.

In Corte d’Assise il pm della Direzione distrettuale antimafia (e antiterrorismo) Giuseppe Gatti aveva chiesto di infliggere proprio 5 anni con attenuanti generiche all’uomo, in cella dal 27 marzo del 2018 (è detenuto a Rossano in Calabria) quando la Dda dispose anche la chiusura dei locali di via Zara dove ha sede l’associazione culturale “Al Dawa” di cui l’imputato è presidente da vent’anni e dove c’era la moschea. La difesa puntava all’assoluzione evidenziando che occorra la commissione di atti violenti o un tentativo in tal senso per accusare un uomo di terrorismo. Il maestro avrebbe “spalleggiato” un terrorista ceceno Eli Bombataliev ma l’imputato afferma che non sapeva che l’uomo fosse un combattente Isis. Abdel Mohy avrebbe messo a disposizione di Bombataliev l’associazione “Al Dawa” per consentirgli di svolgere attività di propaganda e proselitismo a favore dell’organizzazione terroristica (il pm ha depositato le sentenze di condanna del ceceno). Ci sono poi i video inneggianti l’Isis rinvenuti sul computer di Mohy con decapitazioni, incitazioni alla guerra santa, interviste a kamikaze, lezioni sulla fabbricazione di bombe e cinture esplosive. Tra le prove a carico – ha aggiunto il pm in requisitoria – anche le intercettazioni ambientali eseguite nella moschea di via Zara: a febbraio 2018 Abdel Mohy in lezioni di religione islamica rivolte anche a bambini, inneggiò – dice l’accusa, la difesa replica che illustrò soltanto una battaglia di cui si legge nel Corano – alla guerra santa, la jihad, contro i miscredenti, categoria in cui vanno inclusi atei, sciiti, cristiani, ebrei. Una guerra santa da portare avanti sino al martirio, “ciò in perfetta corrispondenza con i reiterati proclami dell’Isis” contesta la Dda. In definitiva chat, video, materiale custodito su computer e telefonino – ha detto il pm – rappresentano un insieme di elementi che dimostra l’adesione ideologica dell’imputato all’Isis. Imputato che – come spesso avviene in indagini di questo tipo – avrebbe un doppio volto: da una parte quello pubblico dell’islamico moderato e integrato nella realtà in cui vive, dall’altra l’uomo che trama nell’interesse dei terroristi. Vero che non basta essere ideologicamente a favore dell’Isis perché si concretizzi il reato di terrorismo, ha riconosciuto Gatti, perché una cosa è pensare, un’altra è agire in maniera concreta. E Abdel Mohy – secondo la Dda – l’ha fatto, sia appoggiando e aiutando concretamente Bombataliev di cui non poteva non sa- pere che fosse un combattente pro Isis; sia con le lezioni di indottrinamento rivolte anche ai bambini per inneggiare alla guerra santa. L’Immediato

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