Crisi dei sistemi politici e Global Governance: una sfida ignorata

in Editoriale
Alessandro Costa

di Alessandro Costa

Gli italiani hanno assistito sgomenti al crollo del ponte di Genova. Poi è stata la volta dell’ILVA di Taranto, e degli sconvolgimenti sociali di una terribile scelta tra la salute e il lavoro. Il disastro di Venezia, sommersa dall’acqua non ci voleva proprio. Non si tratta di disgrazie dovute ad eventi naturali ‘acts of God’ come le definisce il mondo anglosassone. Tutti sappiamo che sono invece il risultato dell’assenza di quella visione, di quella gestione delle comunità e dei loro problemi che costituisce il compito, il ruolo della politica. Del resto nel nostro paese le diverse forze che oggi la rappresentano, si compongono e scompongono sulla base di interessi occasionali, senza alcuna strategia.

Qualcuno chiede di avere ‘ i pieni poteri’, e questo potrebbe essere solo propaganda: quello che è grave invece e che molte persone pensano che ormai il sistema democratico non è più in grado di risolvere i problemi della nostra comunità.

Potremmo consolarci, o almeno farcene una ragione, ricordando i difetti degli italiani : potremmo pensare che siamo un caso a se. Però, allungando lo sguardo sull’Europa e sul mondo, si vede chiaramente che non siamo un caso isolato. Chi avrebbe mai immaginato che il Regno Unito, che la democrazia l’ha inventata quasi per primo, e che è stato il rifugio di tutti coloro che sfuggivano a sanguinarie dittature, avrebbe potuto mostrare, in occasione della Brexit, una classe politica confusa ed in preda al panico, con politici che non sanno dove andare ? In Spagna le elezioni si susseguono, senza però permettere di esprimere un governo in grado di governare. La sconsiderata gestione dell’indipendentismo catalano (dovuta ad una obsoleta visione delle identità nazionali) e la rapida ascesa di forze antidemocratiche, rappresentano preoccupanti segnali di una crisi di sistema. E la Francia ? Un altro baluardo della democrazia e del diritto che ha visto scendere in piazza migliaia di persone (gilet gialli prima e ferrovieri oggi), e che ha assistito, proprio in questi giorni, al crollo di un ponte. È morta soltanto una persona, e non 40 come a Genova, ma molti esperti lanciano l’allarme perché migliaia di altre infrastrutture potrebbero essere a rischio per una manutenzione insufficiente. E chissà se anche in Francia molti vedrebbero di buon occhio un governo di Marie Le Pen. Cechi, slovacchi e rumeni sono in piazza per manifestare la loro delusione per i risultati dei sistemi democratici così faticosamente conquistati dopo la caduta del muro. E in molte parti del mondo non va meglio, se moltissimi americani hanno portato al potere Donald Trump, i brasiliani hanno votato per Bolsonaro e persino i cileni, certamente il paese più sviluppato e democratico dell’America Latina, manifestano per mandare a casa i governanti che hanno.

Le democrazie sono in crisi : forse è il momento di affidarci agli uomini forti, ai dittatori.

Ma neppure i dittatori sembrano oggi capaci di offrire migliori risultati. Gli iracheni sono in rivolta, la Turchia è ritornata all’iperinflazione ed Erdogan ha perduto le elezioni sia ad Istanbul che ad Ankara. I libanesi non ce la fanno più a sopportare quel gruppetto di oligarchi che li hanno governati finora. E proprio ora anche gli iraniani si sono dati il coraggio di manifestare contro uno dei governi più repressivi al mondo. La Bolivia ha cacciato Evo Morales, che stava tentando di diventare anche lui un tiranno, allungandosi di volta in volta il mandato presidenziale. Putin resiste, è vero, ma su una gigantesca crisi economica, e non dà certo una manifestazione di forza incarcerando o ammazzando dissidenti e giornalisti. Persino la piccola Malta, sta reagendo con forza alla decadenza e alla corruzione della classe politica dominante. Rischiavo di dimenticare il tiranno della Corea del Nord, che, secondo un’antica tradizione, fa tutto il rumore possibile per nascondere che il suo popolo ha fame.

Le democrazie saranno certamente in crisi, ma i poteri forti, là dove ancora ci sono, non mostrano di saper rispondere alle esigenze delle comunità meglio di loro. Se Atene piange, Sparta non ride.

La prova più schiacciante di una crisi globale ce la da proprio la Cina. Non ci meraviglia che i cittadini e gli studenti di Hong Kong siano in rivolta : ci colpisce invece la riluttanza del governo cinese a ricorrere subito ai vecchi metodi di piazza Tienanmen. Forse anche lì la repressione prenderà il sopravvento, ma il lungo periodo di ribellione prova che molti dubbi si sono insinuati nelle certezze di un tempo.

Possiamo certamente considerare le democrazie come sistemi ormai deboli, e pensare che le crisi che vivono sono eventi fisiologici nel corso della storia. Se però si constata che anche i regimi forti non sono più all’altezza, allora è forse venuto il momento di porsi domande più radicali, molto più profonde, è molto più inquietanti.

È ora di riflettere sulle motivazioni di una crisi che travalica i sistemi politici, perché riguarda l’organizzazione delle comunità umane. Nessuno dei modelli che conosciamo, buoni o cattivi, regge l’urto dei nuovi assetti della comunità globale, in una fase di mutazione che non ha precedenti nella storia.

I meta-problemi, e cioè quelli che affliggono tutta la comunità del pianeta, non possono essere risolti da nessuno stato, anche quelli più potenti. Le politiche di difesa dell’ambiente dei paesi più diligenti, come la Svizzera o la Norvegia, ci fanno pensare a un bambino che svuota il mare con un cucchiaino. I sistemi politici non solo fanno acqua perché non sono più adeguati, ma non sono più adeguati anche perché sono nazionali.

Il principale fattore di mutamento è certamente la libertà di comunicazione, il potere che Internet ha dato a tutti di essere informati dei comportamenti e delle azioni degli altri e di esprimere liberamente la propria opinione. Un presidente parla con un altro presidente, proponendogli qualche piccolo sporco affare, come del resto è sempre avvenuto. Però dopo pochi giorni quello che si sono detti al telefono sta sui blog, su Facebook e sui media on-line. E anche in quei paesi che tentano di limitare l’accesso ad Internet, le notizie si rivelano inarrestabili. E naturalmente questo controllo capillare si scatena sui politici, sui leader di ogni tipo e livello, e tutti possono dire la loro, organizzandosi in chat che diventano proteste e manifestazioni di piazza. I presidenti finiscono sotto accusa, o vengono costretti all’esilio, i processi agli uomini di potere non si fanno più nei tribunali, ma con frasette, magari sgrammaticate, postate su Internet. E poi, i più poveri e i più perseguitati, vedono come si vive nei paesi industrializzati, dove ci sono le automobili, i supermercati, i centri commerciali, gli ospedali che ti curano se sei malato e giudici e poliziotti che ti difendono dalla prepotenza dei vicini. E allora questa massa di diseredati fa di tutto per migrare verso l’eldorado.

Si fa un gran parlare della crescita delle diseguaglianze : Quanto è più ricco Bill Gates rispetto ad un agricoltore africano ? Ma quanto lo era nel medioevo un feudatario, rispetto a un servo della gleba ? La vera differenza è che oggi tutte le diseguaglianze sono note e visibili e le culture si sono così evolute che nessuno le accetta più. Quei pochi studiosi che si dedicano a guardare avanti, verso il nostro futuro, ci spiegano che queste diseguaglianze diventeranno sempre più inaccettabili, passando dalla ricchezza alla conservazione della vita ed alle opportunità. La biologia e la medicina stanno facendo e faranno passi giganteschi, ma probabilmente solo pochissimi potranno beneficiare di organi sostitutivi prodotti in laboratorio a costi altissimi. I computer e l’intelligenza artificiale permetteranno a pochi fortunati di beneficiare di informazioni illimitate e di poterle rapidamente elaborare a loro vantaggio. Le macchine sostituiranno una grandissima parte del lavoro umano, relegando moltissimi esseri umani all’irrilevanza. E questo non avverrà in segreto, ma tutti sapranno tutto : quali e quanto gravi saranno le reazioni degli scartati, dei tagliati fuori ? Cosa succederà ?

Purtroppo non è difficile immaginarlo. Basta guardare alla reazione delle comunità dei paesi più avanzati : com’era verde la mia valle ! Come si stava bene prima ! Prima della crisi economica, prima delle migrazioni, prima di Internet, si intende. E le innumerevoli Vanna Marchi della politica soffiano nel flauto magico e si trascinano dietro quei creduloni che pensano di potersi rinchiudere di nuovo nelle loro verdi valli.

C’erano gli Stati nazionali, dove i tedeschi stavano con i tedeschi, i francesi con i francesi, gli arabi nel mondo arabo etc. e ciascuno si faceva i fatti suoi, affrontando i propri problemi. Ma come faremo a impedire che gli scarichi industriali nell’aria e nel mare, continuino a ignorare le frontiere? Come faremo ad evitare che il crimine organizzato conquisti i nuovi territori, senza chiedere nessun passaporto? Come faremo a proibire ai grandi movimenti della finanza, con un semplice click, di distruggere il lavoro in intere comunità per poterne sfruttare meglio altre?

Una Governance, una collaborazione globale sembra così lontana, ma è l’unica che potrebbe salvarci da conseguenze che oggi nessuno può prevedere e forse nessuno domani potrà evitare.

È venuto il momento di dire, di spiegare a tutti, che o faremo diventare il nostro pianeta una verde valle, o non ci saranno verdi valli per nessuno.

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