Hong Kong scende di nuovo in piazza. “Siamo in 800 mila, per il governo è l’ultima possibilità di rispondere”

in Esteri

Dopo il tramonto si accendono le torce dei cellulari, trasformano le strade in un fiume luminoso. Eccola la “maggioranza silenziosa” di Hong Kong, quella che secondo la Chief executive Carrie Lam sta dalla parte del governo e della polizia. Non è per nulla silenziosa: ieri è scesa di nuovo in strada in massa, 800 mila persone secondo gli organizzatori, 183 mila secondo le autorità, in ogni caso un serpentone impressionante tra i grattacieli della città. Non sono neppure dalla parte del governo: “Cinque domande, non una di meno”, hanno gridato i partecipanti in nero, giovani, adulti e anziani, le richieste di democrazia e trasparenza che Lam non vuole ascoltare. Così la prima manifestazione autorizzata sull’isola da quattro mesi a questa parte, e a sei dall’inizio della protesta, ha dimostrato che il dissenso a Hong Kong non è diminuito. Anzi. E questa volta si è espresso in modo sostanzialmente pacifico. Gruppetti di giovani mascherati hanno vandalizzato qualche negozio legato alla Cina e lanciato un paio di molotov contro i palazzi delle corti di giustizia. Quasi nulla, rispetto alla guerriglia vista in passato.

 

“Per il governo è l’ultima possibilità di rispondere”, sintetizzano a sera gli organizzatori, il Civil Human Rights Front. Ma Carrie Lam, o chi a Pechino prende le decisioni per lei, risponderà? I dubbi sono leciti. Nulla si è mosso neppure dopo la debordante vittoria del campo democratico alle elezioni di due settimane fa. Vero, il governo ha detto che starà “umilmente” ad ascoltare le critiche. E ieri gli agenti, schierati ai lati del corteo, hanno evitato le cariche e i lacrimogeni visti in altre occasioni. Ma le “aperture”, se così si possono definire, si fermano qui. I messaggi del nuovo capo della polizia sono sibillini: “Useremo sia l’approccio leggero che quello forte”, ha detto, continuando a rifiutare la commissione di inchiesta sull’operato delle forze dell’ordine che i cittadini vogliono. Ieri mattina i suoi uomini, in una operazione su cui si hanno pochi dettagli, ha arrestato undici persone sequestrando una pistola semiautomatica, la prima che appare dall’inizio della protesta, e alcuni coltelli. Il sospetto degli investigatori è che potessero essere usati durante la marcia. Il numero totale dei fermati intanto ha superato i 6 mila, molte sono giovanissimi e dovranno rispondere di accuse gravi come quella di “rivolta”, per cui si rischiano dieci anni di carcere.

La maggioranza per nulla silenziosa ha parlato con il voto e con i piedi, ma non si vedono tracce di risposte politiche, quelle che servirebbero per intavolare una trattativa. Molti manifestanti ieri sventolavano bandiere americane, sperando che con la nuova legge a sostegno di Hong Kong approvata dal Congresso Washington possa fare pressione sulla Cina. Eppure di fronte al muro delle autorità, all’inutilità delle vie pacifiche, dopo due settimane di relativa calma un ritorno delle azioni violente non è escluso. Per oggi c’è un nuovo appello allo sciopero generale, quello che un mese fa scatenò un quotidiano e massiccio sabotaggio dei mezzi di trasporto e della viabilità cittadini. Ieri in mezzo al corteo una ragazza mascherata si è trascinata per centinaia di metri carponi, incoraggiata dagli altri manifestanti.  La repubblica. Il simbolo di una Hong Kong che non si ferma.

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