Sul significato delle azioni jihadiste in Europa

in Esteri

Agli attentati più o meno estesi che si susseguono da alcuni anni a questa parte (con uso di armi da fuoco, camion, ordigni esplosivi e coltelli) si susseguono anche le considerazioni espresse nei vari talk-show e sulla carta stampata, e la sensazione che se ne trae è che opponiamo banalità e vane chiacchiere fuori tema ad un fenomeno i cui termini sono chiari: «il bastone e la carota». Il bastone del jihad per spaventare e la carota dell’Islam pacifico, il solo in grado di fermare il jihad, che viene surrettiziamente proposta dalla internazionale islamista [1] (uso il suffisso “ista” per indicare la militanza attiva), la quale persegue il progetto di creare partiti islamici in Europa.

 

Da un punto di vista della sicurezza, essendo evidente che gli attentati sono ormai ricorrenti, è bene smetterla di parlare di «lupi solitari» e di «cani sciolti».  Lupi e cani sono solitari e sciolti fino ad un certo punto, perché hanno referenti identificabili che contattano via internet, si attengono a procedure tecnico-tattiche precise e consolidate e le loro retrovie sono situate in seno alle comunità islamiche presenti in Europa. Nella fattispecie, i recenti attacchi con coltelli ritengo siano riconducibili ad una strategia lanciata qualche anno fa da Hamas in Israele, attivata con una serie di graffiti murari.

 

Si deve altresì considerare che – anche se, fino a poco tempo prima dell’azione, gli attentatori esprimevano il peggio della cialtroneria occidentale, con tanto di spinello e musica rap – chi ha bazzicato un poco l’Islam sa che questi sono integrati solo ed esclusivamente per gli aspetti legati alla vita di strada, ma rimangono comunque spiritualmente scollegati dalla società in cui sono immersi, mantenendo invece un profondo contatto, attraverso la tradizione famigliare, con una moschea in cui spesso si svolge quanto meno la «Da’wa» [2]. La loro adesione alla «protesta tossica» (come l’evoliano «cavalcare la tigre») è strumentale a corrodere dall’interno una società che hanno in odio e che è da loro considerata nella fase finale del suo declino, indebolita com’è da una sciocca autocritica e da un relativismo prodromico al nichilismo.

 

Non sono né lupi solitari né cani sciolti, non agiscono d’iniziativa ma rispondono a ordini ispirati da una chiara dottrina che pervade i militanti, ossia il jihad, ordini che giungono loro attraverso la rete. Si tratta di agenti dormienti che applicano la dissimulazione [3] in attesa di un ordine di attacco.

 

Questi si sono adattati ai costumi occidentali per opportunità di dissimulazione e trovano compiacente assistenza nella comunità islamica incistata nel paese che ne costituisce la retrovia.

 

È pertanto evidente che costoro sottendono un’organizzazione articolata ideologicamente, logisticamente e operativamente.

Da un punto di vista antropologico, è bene smetterla con la banalità di affermazioni tipo «gli attentatori appartengono ad una generazione nata in Europa», dando per scontato che lo «ius soli» sia così potente da cancellare i legami affettivi che legano un figlio alla tradizione avita, soprattutto se questa costituisce il fulcro dell’educazione famigliare.

 

I genitori di quei ragazzi, da noi banalmente quanto incoscientemente bollati come comuni criminali cresciuti in casa nostra, diventati jihadisti a causa di una mancata integrazione, in realtà sono figli di genitori che vengono da terre islamiche con un «auditum fidei» e, a cascata, una percezione morale e sociale spesso in netta antitesi con il nostro modo di vivere, e che si sono installati in Europa con la ferma intenzione di preservare da ogni contaminazione la loro tradizione sociale e religiosa alla quale (giustamente) non hanno nessuna intenzione di rinunciare adottando i nostri modelli; questa è la cifra da tenere in considerazione quando si analizza il fenomeno «islamISMO».

 

In merito alla possibilità che le comunità islamiche possano integrarsi in seno alla società europea aderendo totalmente ai nostri modelli sociali, è bene non farsi illusioni; tale possibilità è resa vana da due fattori sostanziali:

 

quelle comunità manterranno sempre una cifra tradizionale e spirituale profondamente diversa dalla nostra per un motivo molto semplice, sono profondamente legati alle loro tradizioni e alla loro spiritualità, sono altrettanto profondamente convinti della loro superiorità morale e hanno la certezza che la loro religione sia salvifica e definitiva per tutto l’orbe;

attualmente esse costituiscono l’obiettivo di una campagna di radicalizzazione promossa dall’internazionale islamista, che si prefigge di usarle come «cavallo di Troia» per creare un sostrato di consuetudini suscettibili di consolidarsi in diritti al fine di islamizzare democraticamente l’Europa.

Una forma di convivenza accettabile sarà possibile solo quando noi avremo assunto una saldezza identitaria pari alla loro, rinunciando alle stoltezze del pensiero debole; al continuo bidet alle nostre sporche coscienze; al buonismo sciocco (interpretazione invertita dell’evangelico «ama il prossimo tuo come te stesso»); alla volontà di realizzare un sincretismo religioso che ci farebbe sottomessi; alla dabbenaggine di credere che i muri siano cattivi a prescindere (quasi che i muri delle case servano solo a reggere il tetto per ripararci dalla pioggia, piuttosto che isolarci da un esterno che, a volte, può essere invadente e pericoloso); al «volemose bene» a tutti i costi, anche quando rischia di farci diventare «dhimmi» [4]; all’esercizio del dubbio ozioso di chi, senza rendersene conto, si autocondanna ad dissolversi nelle proprie cogitazioni mentre gli altri agiscono. Perché, mi si creda, gli altri – i musulmani militanti, gli islamisti, gli invasati della da’wa, i jihadisti – stanno agendo.

A proposito di integrazione, mi piace riportare a grandi linee una dichiarazione, se non profetica, sicuramente molto realistica, che il sovrano marocchino Hassan II ha rilasciato ad una giornalista francese in un’intervista degli anni 90. Il succo del discorso è più o meno questo: «Io conosco il mio popolo e affermo che i marocchini residenti in Francia non potranno altro che essere dei pessimi cittadini francesi, perché è impossibile che essi rinuncino al loro essere marocchini, con tutto quel che comporta in termini di tradizione».

 

E stiamo parlando di un popolo arabo-islamico, quello marocchino, che per tradizione spirituale e scuola giuridica si distingue per tolleranza e apertura dagli altri popoli di quel mondo, e si propone quale esempio di come dovrebbe essere l’Islam «moderno», tant’è che il Marocco è nella linea di mira dell’internazionale jihadista.

Identifico l’internazionale islamISTA con la fratellanza musulmana e, più in generale, con il movimento wahhabita, riferimento di tutti i movimenti politici che interpretano in maniera integrale l’Islam.

 

[2] Predicazione mirata a creare militanza attiva e successivamente il reclutamento per il jihad.

 

[3] La dissimulazione o «taquiya» è un precetto occulto del jihad.

 

[4] Dhimmitudine = la condizione di soggezione amministrativa e morale di un non musulmano in terra islamica.

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