Voleva avvelenare le acque di Macomer: saudita a processo per terrorismo

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Sarebbe un partecipante all’associazione terroristica Isis, il cosiddetto “Stato islamico” che nel corso dell’ultimo decennio ha messo a segno attentati in Medio oriente e in mezza Europa provocando decine di morti e centinaia di feriti. E proprio quale presunto appartenente all’Isis ieri a Cagliari il 39enne di origini saudite Amin Al Haj è stato rinviato a giudizio dal giudice delle udienze preliminari Giampaolo Casula a un anno dall’arresto eseguito dalla Digos del capoluogo e dai Noc: stabilitosi a Macomer con la moglie, Al Haj secondo la ricostruzione degli inquirenti Guido Pani e Danilo Tronci della Direzione distrettuale antimafia della Procura cagliaritana lavorava a un piano criminale che prevedeva lo sversamento nelle condutture, nelle falde acquifere, negli acquedotti o nei serbatoi di quel centro abitato della “ricina”.

 

In breve tempo questa sostanza tossica, ricavata dalla pellicola interna del seme del ricino, nei programmi avrebbe raggiunto abitazioni e territorio circostante: la morte sarebbe sopraggiunta per asfissia, nel caso di un contatto con le vie respiratorie, o per vomito, crampi e dissenteria in caso di ingerimento. In alternativa l’imputato aveva pensato anche di utilizzare l’antrace o i pesticidi Methomyl e Lannate 90, più potenti dei topicidi, veleni ad azione rapida in esseri umani e animali. Pochi milligrammi sarebbero letali per un cane, un bicchiere potrebbe ucciderne un centinaio.

DAVANTI AI GIUDICI – Alla fine però quel quadro criminale non si è tramutato in una vera organizzazione dell’attentato, e infatti i magistrati lo hanno considerato un semplice “atto preparatorio” privo anche del rango di tentativo. Ma l’affiliazione dell’uomo all’organizzazione terroristica per inquirenti e investigatori è dimostrata dalle intercettazioni e dal lavoro sul campo della Polizia. Ora sarà la Corte d’assise di Cagliari a valutare le accuse rivolte al 39enne in un processo pubblico che vedrà l’imputato difeso dall’avvocata Angela Luisa Barria e che comincerà in una data da fissare nei prossimi giorni.

 

L’ARRESTO NEL 2018 – Il blitz era scattato al termine di fulminee indagini avviate quando in Procura, nel settembre 2018, era arrivata una segnalazione dell’Interpol e delle forze dell’ordine palestinesi sulla presenza in Sardegna di un uomo ritenuto pericoloso. Così i due pm avevano incaricato la Digos di mettere sotto controllo e intercettare Al Haj, tornato nell’Isola quattro mesi prima. Stabilitosi nel Nuorese dopo aver frequentato anche un centro profughi del Libano nel quale si trovava col cugino, a Macomer stava con la moglie, una cittadina marocchina all’oscuro dei suoi propositi. In due mesi erano stati raccolti elementi sufficienti a chiederne l’arresto, disposto in brevissimo tempo dalla gip Lucia Perra. Portato inizialmente a Badu ‘e Carros, in seguito era stato trasferito a Bancali (Sassari) dove si trova ancora oggi.

 

L’AFFILIAZIONE A DAESH – La decisione di entrare nell’Isis secondo la tesi investigativa era arrivata dopo aver riflettuto, incitato da un cugino che ne faceva parte, sulla possibilità di aderire invece ad “Al Nusra”, movimento fondamentalista nato nel 2012 durante la guerra civile siriana in opposizione al dittatore Bashar al Assad e a lungo considerato filiale di Al Qaeda. Al Haj viveva assieme a un gruppo di palestinesi che si era insediato in Libano, poi alcuni problemi con appartenenti ad Al Nusra l’avevano spinto verso Daesh, cioè l’Isis. Lì, in un campo profughi, l’uomo aveva organizzato il primo attentato con un secondo cugino (Mohamed Assan El Haj Hamad) contro una caserma dell’esercito libanese proprio con la ricina. Il piano era fallito e Amin Al Haj era venuto in Sardegna con un permesso di soggiorno. In un vai e vieni tra l’Isola e il Libano aveva cercato di acquistare online il Metomil, un pesticida, e cominciato ad accumulare i semi dai quali ricavare la ricina. Operazione non portata a termine. Intanto Interpol e polizia libanese avevano avvertito i colleghi sardi.

Secondo quanto riporta l’unione sarda L’uomo riceveva un assegno di sussidio familiare, aveva prelevato tutti i risparmi (5.700 euro) e si stava procurando il passaporto. Poi l’arresto.

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