Giorgia Meloni contro il M5s: “Chi comanda in Italia? Indagine sui legami con la Cina”

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Per andare a cena presso l’ ambasciata cinese a Roma, Beppe Grillo ha guardato bene l’ agenda. La data prescelta coincideva con la vigilia delle elezioni a Hong Kong e con l’ ennesima rivelazione sulle atrocità perpetrate nei campi di rieducazione comunisti dietro la Grande Muraglia.

È lo stesso attore comico che un decennio fa denunciava le violazioni dei diritti umani da parte della superpotenza guidata da Xi Jinping. Allora Grillo si era mostrato sensibile alla causa dei musulmani dello Xinjiang: «La Cina sta risolvendo in modo brillante il problema della sovrappopolazione. Diecimila uiguri sono scomparsi in una notte. Una media cittadina italiana. Che fine hanno fatto diecimila persone?», si era chiesto il 29 luglio 2009. Poi si era tanto impietosito per i buddhisti tibetani, da invocare l’ embargo dei prodotti cinesi, dal momento che Pechino – scriveva il comico – «è responsabile del 72% delle esecuzioni capitali nel mondo nel 2008: 1.718 su 2.390» e «sta applicando in modo scientifico la censura su Internet».

Adesso però, che l’ Icij (International Consortium of Investigative Journalists) ha diffuso le prove sulla detenzione di oltre un milione di persone, Grillo pare essersi convinto del contrario e pubblica articoli negazionisti graditi al totalitarismo comunista.

BOCCHE CUCITE
Ma c’è sempre qualcosa da mettere a punto e la necessità di ricevere istruzioni ha fatto sì che il colloquio con l’ ambasciatore cinese e il fondatore del M5S si sia prolungato per due ore e mezza. È l’ unico dettaglio noto sulla serata di sabato scorso perché lo stretto riserbo imposto impedisce di sapere anche di striscio quale sia stato l’ argomento di conversazione. Grillo, incurante della trasparenza, su Facebook riferisce di aver discusso di pesto ligure. Il capo della missione diplomatica di Pechino, Li Junhua, invece si limita a dichiarare in una nota che si è trattato di «un’ occasione per scambiare le proprie vedute sull’ ulteriore approfondimento dell’ amicizia tradizionale e della cooperazione pragmatica».

È noto che Pechino recluta agenti d’ influenza e informatori ovunque nel mondo. Viste le ultime débâcle elettorali, anche senza tener conto del limite dei due mandati, nel prossimo futuro bisognerà pur trovare un’ occupazione agli ex deputati del MoVimento 5 Stelle.

Chi non potrà più candidarsi o comunque non riuscirà a tornare in Parlamento, magari potrà spedire il proprio curriculum all’ indirizzo di Via della Seta. Dove però, proprio come accade con i dissidenti nel gruppo parlamentare giallo, i vaffa non sono accettati.

Che la parabola politica dei grillini finisca per essere strumentalizzata da Pechino, in Italia lo sospettano in molti. Il primo a chiedere chiarimenti è il leader della Lega, Matteo Salvini, il quale si augura che Grillo «non stia cambiando la collocazione internazionale dell’ Italia». In più, a insospettire il segretario federale della Lega, ci sono anche «i frequenti viaggi di Luigi Di Maio a Pechino».

TIMORI A WASHINGTON
Sulla vicenda Fratelli d’ Italia presenterà una interrogazione al question time di domani con l’ obiettivo di avere «una risposta ufficiale sui rapporti dei vertici del M5S con il governo cinese: le cene e gli incontri di Beppe Grillo con l’ ambasciatore di Pechino a Roma; il numero di viaggi e visite ufficiali, e non, da parte di membri dell’ Esecutivo in Cina, Di Maio in primis; i rapporti economici tra la Casaleggio Associati e aziende cinesi», spiega la leader del partito Giorgia Meloni.

«Gli italiani hanno il sacrosanto diritto di sapere o no se l’ Italia ha una politica estera decisa da Grillo e Casaleggio e portata avanti da Di Maio ed il M5S», aggiunge Meloni, «perché un conto è dialogare con altre Nazioni nei normali contesti istituzionali, altra cosa è andare alla chetichella a farsi dare istruzioni da uno Stato straniero. Pretendiamo chiarezza e per questo Fratelli d’ Italia chiederà anche l’ istituzione di una commissione speciale alla Camera per far luce sulle ingerenze straniere e, segnatamente, quelle cinesi sul governo italiano. È in gioco la credibilità dell’ Italia a livello internazionale e la difesa dei nostri interessi nazionali».

Anche a Washington, infatti, è suonato un campanello d’ allarme per il possibile ingresso in Italia, favorito dal M5S, dei fondi sovrani e dei colossi della telefonia cinese – fra tutti Huawei – nel mercato delle reti 5G e del tentativo di Pechino di impadronirsi dell’ area portuale di Monfalcone. liberoquotidiano.it

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