Maxi-yacht, i soldi dell’ex Etruria finiti nei paradisi fiscali

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Il caso dello Yacht Etruria, ancora al centro del maxi-processo per bancarotta, si fa sempre più intricato. Da un lato riemerge, dall’inchiesta su un’altra bancarotta, quella di Privilege, la società di Mario La Via, grande elemosiniere del cardinale T. B. (700 mila euro spesi in opere di bene indicate dall’alto prelato) costruttice del panfilo più grande del mondo, che 80 milioni delle banche, in primis Bpel, finirono dritti dritti nei paradisi fiscali.

Dall’altro si profilano i contorni del mega-finanziamento. E questo, secondo la difesa, va a vantaggio degli imputati, perchè la procedura seguita sarebbe stata quella corretta. Che poi tutto si sia risolto in un maxi-buco e in una perdita di 25 milioni solo per Etruria è un altro paio di maniche: che potevano saperne gli amministratori della banca aretina, fanno intendere i loro avvocati, dei raggiri di La Via?

Le testimonianze chiave dell’udienza sono tre: quelle del maresciallo romano della Finanza che ha condotto le indagini sul crac di Privilege, del professore universitario di costruzioni navali che verificò per conto della curatela fallimentare lo stato di avanzamento dello Yacht e del cantiere, e del dirigente di Bpel C. M., che seguì la pratica del prestito in pool coi maggiori istituti nazionali, Intesa, Unicredit, Mps a Popolare Milano.

Per noi, dice colui che fu il dirigente del Corporate Finance di via Calamandrei, c’era un duplice vantaggio. La possibilità di lavorare insieme alle grandi banche nazionali e il ruolo di capofila che ci garantiva un vantaggio economico. Il finanziamento era a stati di avanzamento successivi, certificati dal Registro Navale e dalla società Protos, indicata dagli istituti di credito ma pagata da La Via.

Quanto al bilanci di Privilege, di cui in mattinata il maresciallo della Finanza aveva spiegato che erano clamorosamente fasulli, Maggiore si difende: non potevamo leggerli da soli, c’era la Price Waterhouse a certificare che erano buoni. Il che non significa che l’operazione non abbia avuto aspetti di colore clamorosi, di cui ha parlato in parte il sottufficiale della Finanza, ma che sono leggibili anche nell’inchiesta che portò all’arresto di La Via.

Il prestito di cento milioni del pool bancario guidato da Bpel era subordinato a un aumento di capitale che Privilege tentò di operare con il conferimento dei progetti, valutati a una cifra astronomica. Poi, dinanzi ai dubbi delle banche, i soldi veri uscirono, ma solo per essere dirottati, dopo l’erogazione di una parte del mega-prestito, alle Isole Vergini, sede della Privilege Yacht Company (63 milioni) e nell’altro paradiso fiscale che ospitava la Privilege Fleet (16 milioni).

Ragione ufficiale dei bonifici il pagamento dei progetti, che però, secondo la stima dei periti (lo ha ribadito il professore di costruzioni navali) non valevano più di una quindicina di milioni. Pare di capire in questo vorticoso giro di denaro che molto servisse a La Via per mantenere il suo lussuoso stile di vita, compresa la villa hollywoodiana in cui viveva ai Roma: 3 mila metri quadri, sala cinema e piscina.

Questo però è materiale per il processo Privilege che sta per cominciare a Civitavecchia. La vera questione, sulla quale si gioca il processo aretino, è se i vertici di Etruria siano stati manifestamente imprudenti nel considerare La Via e la sua società come interlocutori affidabili e se sia entrato in ballo anche il gioco delle amicizie e dei favori.

Secondo quanto riporta La Nazione le difese dicono di no, che era tutto in regola, tutto secondo la corretta prassi creditizia e si rifanno ai testimoni per spiegare che lo confermano. Peserà anche la garanzia offerta da Barclays Bank: valeva cento milioni ma solo a Yacht completato.