Quanta indulgenza per gli jihadisti italiani dell’Isis

in Editoriale/Esteri

di Souad Sbai

Proprio mentre sono in corso le rappresaglie dell’Isis per l’uccisione di Al Baghdadi, in Italia vengono processate le prime foreign fighters. Dopo un’esperienza di guerra e terrorismo in Siria, vengono condannate dalla magistratura italiana a pene che vanno dai 3 ai 4 anni. Ma la nostra giustizia valuta così poco il reato di terrorismo?

Proseguono le rappresaglie dell’ISIS dopo la morte di Al Baghdadi e la cattura di membri della sua famiglia. Nel mirino, nell’ordine, un gruppo di turisti in Giordania (tre messicani, uno svizzero e quattro giordani, accoltellati presso il sito archeologico di Jerash); la presenza territoriale della Coalizione internazionale (malauguratamente, i cinque militari delle Forze speciali italiane rimasti gravemente feriti in Iraq); i cristiani (con il prete armeno cattolico trucidato insieme al padre nella città di Qamishli in Siria. Da notare che anche i soldati italiani sono stati etichettati come “crociati” nella rivendicazione dell’attentato); la popolazione civile (tre esplosioni con morti e feriti sempre a Qamishli, città della regione autonoma curda dove è situata una prigione che detiene numerosi membri dell’ISIS).

L’ISIS ha così inaugurato il suo nuovo corso, sotto la guida di Abu Ibrahim Al Hashimi Al Quraishi, come ci si attendeva, ovvero con un’attestazione del fatto che l’organizzazione resta viva e ben ramificata a livello regionale, malgrado le perdite territoriali e i colpi inflitti alla sua struttura. Tutto ciò aumenta lo stato di agitazione dei paesi europei, consapevoli che l’ISIS con le sue rappresaglie potrà abbattersi su di essi in qualunque momento, mentre resta da dirimere la questione dei foreign fighters di ritorno. Il presidente turco Erdogan usa la carta del rimpatrio dei terroristi con passaporto occidentale detenuti da Ankara per incrementare la propria capacità di ricatto nei vari contenziosi aperti con Europa e Stati Uniti. Allo stesso tempo, questi ultimi, soprattutto gli stati membri dell’UE, sono incalzati dalla necessità di trovare una soluzione per i bambini e le donne (madri e mogli) dell’ISIS, che stazionano attualmente nei campi gestiti dalle forze curde in Siria, come quello di Al Hol.

Ad Al Hol, ha trascorso i suoi ultimi 5 anni di vita il figlio di Valbona Berisha, la foreign fighter di origine albanese che nel 2014 lasciò il marito nella provincia di Lecco per diventare jihadista in Siria portando con sé il piccolo Alvin. Dopo lunghe e approfondite ricerche, l’operazione congiunta tra Croce Rossa, Carabinieri, Ros e Polizia di Stato è riuscita finalmente a ritrovare Alvin, oggi undicenne e rimasto orfano della madre, per riportarlo in Italia dal resto della sua famiglia. Più difficili da dirimere si annunciano invece i casi degli altri bambini con cittadinanza italiana che si trovano ad Al Hol. Questi sarebbero 7, figli di 3 madri unitesi al jihad come spose, reclutatrici e combattenti, sopravvissute alla guerra. L’Olanda, a seguito di una sentenza di un tribunale dell’Aja, ha stabilito che tutti i 56 bambini di Al Hol con passaporto olandese potranno essere rimpatriati, mentre per le 23 madri le autorità si riservano di decidere caso per caso. L’Italia, allora, deve o non deve riaprire le sue porte anche ad Alice Brignoli, Sonia Khediri e Meriem Rehaily, oltre che ai rispettivi figli?

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