La violenza (già dimenticata) di Erdogan, il silenzio del calcio e l’esempio della Lazio del ’75 Nell'ottobre del 1975, la Lazio di Lenzini si rifiutò di giocare contro il Barcellona dopo le esecuzioni franchiste di 5 dissidenti.

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La Turchia si è qualificata per Euro 2020, decisivo il pareggio ottenuto giovedì contro l’Islanda a Istanbul. La stessa città che in primavera ospiterà la finale di Champions League. Tutto normale, come se niente fosse accaduto. Eppure, poche settimane fa, il mondo s’indignava per l’invasione, mascherata da “sorgente di pace”, le bombe che cadevano dai caccia e le vite che si spezzavano come rami di fronte ai primi venti d’autunno. Il cessate il fuoco per ora regge, domani chissà, perché Erdogan è potente quanto imprevedibile. E in tutto questo c’è lo sport che diventa, suo malgrado, veicolo di propaganda, mezzo per appoggiare le mosse di un capo di stato che con il suo potere assoluto tiene sotto scacco tanti, ma riesce pure a ingannare molti, una generazione cresciuta sotto la sua egida e con proselitismo continuo che l’ha convinti che davvero Erdogan faccia il bene della Turchia e di tutta l’area circostante. E così ai loro occhi quell’invasione del nord della Siria era davvero finalizzata a eliminare dei pericolosi terroristi. Ma i curdi che abitano quella zona e l’Ypg che è stato il baluardo della lotta all’Isis, non sono il Pkk che ha di fatto deposto le armi da quasi 20 anni. La realtà è che dietro la facciata di un progetto di pace e di lotta al terrorismo, c’era e c’è ancora invece un disegno da quasi 30 miliardi di dollari. Erdogan dice di voler rimandare in quella fetta di territorio i rifugiati siriani e costruire lì un nuovo mondo in cui erigere infrastrutture, moschee, scuole ecc. Tutto appaltato a società turche. Una sostituzione etnica in piena regola. In questo scenario restano nella memoria, come ferite, i saluti militari dei nazionali turchi hanno macchiato il mondo dello sport, perché la faccia assatanata di Demiral a Saint-Denis, un mese fa, mostra che molti credono davvero in Erdogan e che la paura del sultano è forse solo un alibi che cerchiamo noi per trovare una spiegazione a quei gesti. Di fronte a tutto ciò c’è la Uefa che tergiversa, che non si schiera, che tace di fronte alla possibilità di spostare la sede della finale di Champions da Istanbul. Abulico il calcio. Ancora una volta. Come se dare un segnale, per primi, fosse vietato.

L’ESEMPIO DELLA LAZIO – Uefa celere a punire (giustamente) ogni forma di razzismo, soprattutto quando c’è da punire sempre le stesse società, senza considerare i loro sforzi per estirpare le mele marce dallo stadio. Il riferimento alla Lazio è ovviamente voluto. E proprio dalla prima squadra della Capitale il massimo organo del calcio europeo dovrebbe prendere esempio. Torniamo indietro di quasi 45 anni. È l’ottobre del 1975 e la Lazio deve giocare contro il Barcellona in Coppa Uefa. In Spagna c’è stata una riacutizzazione della violenza franchista, cinque dissidenti sono stati giustiziati e il caso ha creato forte indignazione in Europa e anche in Italia. Si dice che la Lazio venga invitata dalla politica, soprattutto dalla sinistra, a non recarsi in Catalogna per giocare dando così un segnale. In realtà, come si evince dalla stampa del tempo, fu proprio Umberto Lenzini a chiamare Franco Carraro (presidente della Lega calcio) e Artemio Franchi (capo della FIGC) per chiedere l’appoggio alla sua causa, all’incontro in sua vece andarono poi Lovati e Nando Vona. Ma il patron rilasciò queste dichiarazioni: “La Lazio è orientata a non giocare contro il Barcellona, dando così un segnale di solidarietà al popolo spagnolo”. Lenzini si disse poi anche disposto ad accettare eventuali sanzioni dall’UEFA. Sanzioni che arrivarono, perché la Lazio non si presentò al Camp Nou e la partita venne decisa a tavolino. E appare, Dio ci perdoni, superficiale anche l’analisi che fece all’epoca Gianni Brera, riducendola di fatto a un pavido tentativo laziale di evitare la forza di Cruijff e Neskens. Aggiungendo che “se gli spagnoli volevano cambiare le cose, dovevano farlo da sé”. Sbagliava allora la penna più celebre del giornalismo sportivo italiano e sbaglia oggi chi pensa che voltarsi dall’altra parte sia la soluzione. Per cambiare c’è bisogno di agire. E il calcio, l’Uefa, potrebbero dare l’esempio. Come quella Lazio di 44 anni fa. laziosiamonoi.it

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