Le verità di una crisi economica globale

in Opinione

Di Alessio Follieri

Quella del 2007 è stata una crisi economica che ha segnato una svolta epocale senza alcun
precedente. A differenza delle altre crisi storiche, il famoso crollo di Wall Street del 29’ o la crisi
dell’87’ tanto per citare le più note, quella del 2007 segna un momento molto particolare e trae
origini da fattori inediti.
Al di là di quanto ci è stato raccontato da tutti i governi precedenti che hanno ben nascosto la
questione narrando l’enorme bugia della “crisi del debito”, non affatto vera, quella del 2007 è in
verità una crisi finanziaria legata al sistema interbancario.
Per la prima volta dal 2007 i dati di crescita dei paesi più industrializzati del mondo sono andati in
negativo. Dal dopoguerra ad oggi non era mai accaduto nulla di simile. Persino gli Stati Uniti per la
si sono trovati in recessione ed è stata una condizione del tutto inedita. E’ allarmante non soltanto
il momento della crisi, ossia il 2007 e gli anni immediatamente successivi. Nel tempo si è compreso
che la crisi ha prodotto un periodo di stagnazione duratura dell’economia, dettata dall’assenza di
crescita di tutti quei paesi che storicamente sono sempre cresciuti di anno in anno. Persino l’Italia
uno dei paesi a maggior sofferenza, è sempre cresciuta (anche di pochissimo) fino al 2007. Dopo la
crisi è iniziato un fenomeno inedito, ossia tutti i paesi più industrializzati hanno segnato una
decrescita ossia valori negativi, e nel 2009 abbiamo attraversato il periodo peggiore.
L’unica eccezione i paesi emergenti come Cina e India in fase successiva che hanno segnato una
crescita eccezionale dovuta ad altri fattori dovuti ad un proprio sviluppo totalmente differente da
contesto statunitense ed europeo. Mentre in Europa e in Usa imperversava una decrescita, l’intero
assetto economico mondiale si stava spostando ad oriente.
Anche se l’economia è semplice nelle sue basi concettuali fondamentali, ai più resta molto
complicata. Difficilmente comprendiamo lo status di un paese come il nostro, le cause della crisi,
quando spesso l’intera comunicazione è governata da termini difficilmente comprensibili, a meno
che non siamo esperti del settore. Ne consegue che spesso dobbiamo accontentarci di spiegazioni
fuorvianti e di motivazioni costruite ad hoc per mascherare la realtà dei fatti. Quindi il messaggio
che passò ad esempio con il governo Monti fu “è una crisi del debito” ma ciò non è assolutamente
vero perché la crisi reale è del “credito”.
Basti pensare che il crollo delle maggiori banche del mondo nel 2007 fu causato dai famigerati
derivati. Persino all’interno del mondo bancario, economico, finanziario anche nello stesso
contesto di Wall Street erano in parecchi a non sapere assolutamente cosa fossero i derivati. Per
gli operatori finanziari era importante soltanto la resa dei derivati che rendevano benissimo.
Quella era l’unica cosa che contava! E’ importante capire che il sistema finanziario mondiale è
interamente interconnesso. Oggi una crisi finanziaria importante ha nella maggior parte dei casi
una ricaduta globale e non locale. Tutte le banche del mondo sono interconnesse con un continuo
flusso quotidiano di prestiti l’una con l’altra e di acquisti di prodotti finanziari per cifre enormi ai
limiti dell’immaginazione per l’uomo di strada. Quando una crisi ha un peso così enorme in un
paese come gli Stati Uniti Regno Unito ed altri, non possiamo pensare che sia una cosa che riguardi
solo quel paese, il fallout in gran parte dei casi è globale.

Ma cosa sono i famigerati derivati? Sono essenzialmente prodotti finanziari creati dalle banche per
effettuare compravendite speculative di portata enorme. Una serie di fattori contingenti hanno
determinato la crisi finanziaria del 2007. L’attentato dell’11 Settembre 2001, portò ad una crisi del
valore dei titoli di stato americani, senza dimenticare un sistema di deregulation bancario quando
il governo Clinton due anni prima deregolamentò la suddivisione delle banche d’investimento da
quelle commerciali. Prima del 2000 le banche d’investimento avevano il compito appunto di
creare dei fondi speculativi per degli investimenti più o meno rischiosi, le banche commerciali non
potevano fare lo stesso e fino ad allora tale suddivisione costituì una tutela dei correntisti che si
rivolgevano alle banche commerciali. La deregolamentazione ha consentito dopo il 2000 alle
banche commerciali di poter fare le stesse operazioni delle banche d’investimento e ciò ha dato il
via ad un fronte speculativo del tutto nuovo.
Prima del 2007 la Cina acquistò il debito degli Stati Uniti concorrendo a sviluppare un atmosfera in
ambito finanziario occidentale tale che, le maggiori banche mondiali spinsero alla creazione di
nuovi prodotti per massimizzare i profitti e qui arriviamo ai ben noti derivati.
I derivati non sono altro che mutui impacchettati in asset (quindi dei prodotti) che possono essere
rivenduti ad altre banche. In questo senso i derivati diventano titoli quindi prodotti su cui
investire. All’epoca pre crisi i derivati avevano un rendimento molto superiore ad altri titoli di
investimento. I derivati esistevano già da molto tempo ed erano piuttosto sicuri perché i mutui
stessi lo erano. Chi non paga il mutuo? Infatti i mutui cosiddetti “prime” erano in gran parti sicuri e
supportati da garanzie. Tuttavia il processo non poteva procedere all’infinito perché per quanto ci
può essere un espansione immobiliare ad un certo punto si assiste “fisiologicamente” ad una
flessione con una diminuzione dei contratti. A questo punto in piena febbre speculativa, nel
prodotto vengono inseriti i “sub prime”. Le banche per pompare il valore a dismisura, iniziarono a
concedere mutui senza più alcun controllo a chiunque, spingendo un operazione folle di
concessione fiduciaria cercando di far chiudere agli operatori quanti più mutui possibili che
venivano poi impacchettati e rivenduti. L’importante era produrre quanti più contratti di mutui
possibile a prescindere che i richiedenti avrebbero potuto pagarli o meno, in modo da avere
continuamente derivati che in tal caso si trasformarono in una forma di guadagno immensa
stimata in miliardi di miliardi di dollari, che finirono per diventare titoli tossici. Questo perché
crollava un fondamentale essenziale, ossia che la base dei derivati era la garanzia che i mutui
venissero pagati e sorprendentemente nessuno se lo domandò. L’intera catena speculativa si
reggeva soltanto sul fatto che i derivati rendevano bene. Chi andava ad indagare se tutti i contratti
su cui si basavano i derivati fossero o meno sicuri? Nessuno…ma accadde sorprendentemente che
qualcuno intuì la falla del sistema e iniziò ad investire allo scoperto. Detto in modo semplice
vendere allo scoperto significa “scommettere” su un crollo del valore dei derivati, in questo caso
dei mutui.
A quei tempi investire allo scoperto un titolo come i derivati era un qualcosa di assurdo, quasi
illogico. Erano titoli che non sarebbero mai potuti crollare, eppure appena i derivati iniziarono a
finire sotto i riflettori degli operatori si scoprì che erano fasulli. Miliardi e miliardi di dollari investiti
in titoli che nascondevano mutui a clienti che nella maggioranza dei casi si sarebbero rivelati
insolventi, concessi a persone che nel lungo e persino nel breve termine non avrebbero mai
potuto pagare. Ciò implose in un effetto a catena e scatenò un effetto boomerang che portò alla
bancarotta le più grandi banche del mondo. Un fenomeno come questo era senza precedenti, ma

la reazione del governo Usa come anche di altri governi fu quello di riparare il danno con i soldi dei
contribuenti. La lezione della crisi finanziaria bancaria del 2007 ci insegna che come sempre a
pagare è il popolo. Come strascico di quegli eventi però non fu solo la copertura a garanzia del
governo per riparare l’enorme falla causata da una speculazione finanziaria folle, ma quegli negli
Stati Uniti ma soprattutto in Europa hanno portato in tutti gli anni successivi a una conseguente
paralisi del credito. Il problema verte su un circolo vizioso che determina una conseguente
stagnazione economica. Se le banche non concedono crediti non c’è immissione di flusso di
denaro nell’economia generale di una nazione. Questa assenza di flusso creditizio porta ad una
paralisi imprenditoriale e in Italia il circolo vizioso ha molteplici sfaccettature. L’austerità
finanziaria dovuta al regime imposto dall’Unione Europea e anche l’assenza di qualunque iniziativa
governativa nazionale a sostegno delle imprese, produce la conseguente vessazione dei piccoli
commercianti e delle piccole e medie imprese. Va da se con una tassazione oltre i limiti del
sopportabile per gli imprenditori. Sulla carta qualsiasi impresa sia pur immaginata e programmata,
non riceverà mai un supporto creditizio bancario e senza un appoggio di questo tipo possiamo dire
addio alla nascita delle nuove imprese e allo sviluppo di quelle esistenti. Le banche sanno già che è
più probabile un fallimento in una realtà nazionale come quella italiana dove chiudono 3600
piccole e medie imprese all’anno. Il che determina una paralisi settoriale che perdura da anni ma
di cui vediamo il declino finale ultimo in questo decennio. La crisi finanziaria del 2007 ha
chiaramente mostrato l’impunità del sistema finanziario ai più alti livelli e la paralisi causata a
tutto il sistema di imprese piccole e medie che spesso si dimentica sono le stesse che determinano
lo sviluppo, la possibilità di nuovi posti di lavoro e la circolazione di flussi di denaro. E’ quanto mai
chiaro di fronte agli interessi finanziari che ormai detengono non solo potere economico ma anche
un potere politico, un intero fronte produttivo economico e con esso un’intera struttura sociale in
misura diversa nei vari paesi occidentali è destinato a perdere.

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