I volontari che aiutano i manifestanti ad Hong Kong Fanno parte di un movimento parallelo, a volte organizzato e a volte no: ci sono medici, artisti, pastori e anche persone comuni che offrono passaggi in auto

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Hong Kong

La crisi a Hong Kong va avanti dallo scorso giugno, con manifestazioni e proteste che trovano la repressione sempre più violenta della polizia, la condanna del governo locale e la minaccia di un intervento militare cinese. Il New York Times ha raccontato come dietro al movimento che sta in prima linea ci sia a sua volta un movimento di volontari e di volontarie che affianca le proteste e che, in un certo senso, contribuisce a renderle possibili: è formato da pastori di chiese locali, medici, artisti, pensionati, avvocati, persone comuni, è in parte organizzato e in parte no. E funziona.

Ci sono volontari, racconta ad esempio il New York Times, che intervengono negli scontri, portano al riparo le persone, versano soluzione salina negli occhi di chi è stato colpito dai lacrimogeni, formano cordoni umani tra manifestanti e polizia, dicono ai poliziotti che agitano i manganelli di andarci piano, e raccolgono i nomi di coloro che vengono trascinati via in manette in modo che gli avvocati pro bono possano poi dare loro immediatamente assistenza. «A volte mi chiedo se stiamo facendo qualcosa di valore, ma non possiamo semplicemente stare seduti a casa», ha detto il pastore Ao, 34 anni, poco prima di andare alle manifestazioni con i membri del suo gruppo, che si chiama “Proteggi i bambini” e che raccoglie circa 200 persone. Loro indossano delle maglie gialle, per essere riconoscibili, hanno dei megafoni, si astengono dal cantare slogan e si rivolgono con moderazione agli agenti, ma raramente ricevono lo stesso trattamento e vengono invece considerati degli antagonisti. Lo scorso settembre, la polizia era stata criticata dopo la pubblicazione di un video in cui si vedeva un gruppo di poliziotti prendere a calci un membro dell’organizzazione a terra. L’uomo picchiato con indosso la maglia gialla era stato poi arrestato.

Durante una conferenza stampa, un alto funzionario della polizia aveva respinto le accuse di abuso, suggerendo che il video fosse stato modificato e che quello che molti pensavano fosse una persona era in realtà «un oggetto giallo». Nelle settimane successive a questo episodio, molti altri volontari e volontarie si erano unite al gruppo, ha detto il pastore Ao.

Sono ormai sei mesi che si protesta a Hong Kong: inizialmente le manifestazioni riguardavano l’emendamento a una legge sull’estradizione che, se approvato dal Parlamento locale, avrebbe consentito di processare nella Cina continentale gli accusati di alcuni crimini gravi, come lo stupro e l’omicidio. Ad aprile c’erano state alcune prime proteste, ma solo a giugno erano diventate una cosa di massa, con migliaia di persone in strada contro la Cina, a chiedere libertà e autonomia. Sono organizzate, ma non hanno leader, coinvolgono persone di tutte le età, professioni e ceti sociali. E sono sostenute da una vastissima rete composta da gente comune che distribuisce acqua e pasti alle marce, che porta a casa i manifestanti bloccati a tarda notte, che regala maschere antigas.

Ci sono artisti e grafici che creano i manifesti di protesta, ci sono psicologi che forniscono consulenza gratuita e ci sono medici del pronto soccorso che lavorano in cliniche clandestine. Questo sostegno pubblico, ha dichiarato Victoria Hui, docente universitaria e autrice di un libro sulla cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”, «incoraggia i giovani ad andare avanti, dando loro la sensazione di non essere soli e che ciò che stanno facendo è giusto». Un recente sondaggio condotto dall’università cinese di Hong Kong ha rilevato che quasi il 60 percento degli intervistati ha approvato le pratiche dei manifestanti, anche quelle di autodifesa violenta, concordando sul fatto che erano giustificate di fronte all’aggressività della polizia e del governo. E questo sostegno pubblico – dimostrato anche dalle campagne di crowdfunding che hanno raccolto il corrispettivo di milioni di dollari per cure mediche, spese legali e altro – rappresenta un problema per il governo stesso che sperava di reprimere il dissenso cercando di dividere i manifestanti più radicali da quelli semplicemente solidali con la loro causa. «Più il governo reprime questo movimento e cerca di spaventare le persone, più le persone usciranno e si alzeranno», ha detto al New York Times il pastore Roy Chan, fondatore di “Proteggi i bambini”.

Il movimento parallelo di supporto si organizza soprattutto su Telegram, attraverso decine di canali che mettono in contatto i volontari con chi ne ha bisogno. I canali più prolifici sono quelli che offrono passaggi in auto ai manifestanti, che il governo ha cercato di depotenziare attraverso il blocco della metropolitana. Questa rete di trasporti aiuta anche chi protesta a evitare le retate della polizia sugli autobus pubblici. Patrick Chan, 38 anni, dirigente di una fabbrica di abbigliamento, fa parte della rete dei conducenti. Ha raccontato che la paura di essere arrestato lo ha tenuto lontano dalle proteste, ma ha spiegato che passa molte ore al giorno sulla sua BMW trasportando manifestanti fradici di sudore fino alle loro case in tutta la città.

Il senso civico ha mobilitato anche dozzine di medici e infermieri. Gran parte del loro lavoro si svolge in clandestinità in cliniche che forniscono radiografie e interventi chirurgici di base. E questo perché tutti, a parte i manifestanti feriti in modo più grave, evitano gli ospedali di Hong Kong, da quando lo scorso giugno diverse persone che erano andate a farsi curare erano state arrestate in corsia. Il dottor Tim Wong lavora a fianco delle proteste dopo il suo normale turno in ospedale: è un medico del pronto soccorso, e ha deciso di agire dopo che la polizia aveva fatto numerosi arresti nel suo ospedale, che si è rifiutato di nominare per paura di conseguenze: «Da allora, non è più venuto nessuno nel nostro pronto soccorso, a meno che non fosse scortato dalla polizia. È scandaloso. Gli ospedali dovrebbero essere dei santuari».

Molti dei volontari sono pensionati, e la maggior parte di loro opera in modo indipendente. Nam Kwan, amministratore di una fondazione che si occupa di cultura, ha dato da mangiare, ha ospitato e ha accolto decine di giovani buttati fuori di casa dai genitori contrari alla loro partecipazione alle proteste: «Quando ho sentito il primo colpo di pistola, un campanello ha suonato dentro di me e ho trovato automaticamente il mio posto. Oggi il mio telefono è acceso 24 ore al giorno perché temo di perdere messaggi urgenti o richieste di aiuto». Oltre ad acquistare equipaggiamenti protettivi per i manifestanti, coordina il sostegno finanziario che arriva dai suoi conoscenti benestanti, che vogliono aiutare ma che non vogliono farlo pubblicamente. «Ogni volta che questi ragazzi vanno in prima linea, temono per le loro vite. Ma ciò che temono di più è l’abbandono, che un giorno tutti volteremo loro le spalle e li lasceremo soli». ilpost.it

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