DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA "CALLIGRAFIA PER IL DIALOGO: PROMUOVERE LA CULTURA DI PACE ATTRAVERSO LA CULTURA E L'ARTE",

in Cultura/Speciale Vaticano

Sono lieto di essere qui tra voi a conclusione di questa Giornata di Studio organizzata dall’Università Lateranense sull’educazione alla pace, in preparazione all’evento sul Patto Educativo Globale che vivremo il 14 maggio del prossimo anno.

Educare alla pace richiede di dare sollievo e risposta a coloro – molti, purtroppo – che i conflitti e le guerre condannano a morte o costringono ad abbandonare gli affetti, le abitazioni, i Paesi d’origine. Dobbiamo farci carico delle attese e delle angosce di tanti nostri fratelli e sorelle. Non possiamo restare indifferenti, limitandoci a invocare la pace. Tutti, educatori e studenti, siamo chiamati a costruire e proteggere quotidianamente la pace, rivolgendo la nostra preghiera a Dio perché ce ne faccia dono.

La responsabilità verso le nuove generazioni esige anzitutto l’impegno a formarle e ad ascoltarle per rispondere alle sfide dei nostri tempi, senza negare l’immutabile valore della verità, ma con un linguaggio comprensibile e attuale. Non basta essere critici rispetto al passato o all’esistente, è necessario mostrare creatività e proposte per il futuro, aiutando ogni persona a crescere per diventare un protagonista e non più solo uno spettatore.

La pace, la dignità umana, l’inclusione e la partecipazione evidenziano quanto sia necessario un patto educativo ampio e in grado di trasmettere non solo la conoscenza di contenuti tecnici, ma anche e soprattutto una sapienza umana e spirituale, fatta di giustizia, rettitudine, comportamenti virtuosi e in grado di realizzarsi in concreto. Quante volte i più giovani vengono esclusi perché gli obiettivi proposti non sono realmente percorribili, o magari sono pensati solo per soddisfare interessi limitati? Invece di condizionare il cammino futuro delle giovani generazioni, dovremmo piuttosto trasmettere ad esse un metodo capace di valorizzare l’esperienza, anche quella negativa – e cosa c’è di più negativo della guerra e delle violenze? Un metodo capace di guardare i fatti nelle loro cause e di fornire gli strumenti per superare conflitti e contrapposizioni.

Per quanti sono chiamati a educare alla luce della loro religione o del loro credo, questo impegno diventa anche un modo per dare testimonianza e per aiutare altri a trovare un modello alternativo a quello materiale e meramente orizzontale. Molte volte anche noi, donne e uomini di fede, ci limitiamo a dare indicazioni piuttosto che trasmettere l’esperienza di valori e virtù. E così, di fronte ai conflitti e alla necessità di costruire la pace, non ci accorgiamo che il nostro messaggio rischia di essere astratto e di rimanere inascoltato, teorico. Addirittura proprio un habitat che si definisce “religioso”, ma in realtà è ideologico, genera in alcune persone sentimenti di violenza e persino desiderio di vendetta. Di fronte alla mancanza di pace, non basta invocare la libertà dalla guerra, proclamare diritti o anche utilizzare l’autorità nelle sue diverse forme. Occorre soprattutto mettersi in discussione, recuperare la capacità di stare tra le persone, dialogare con esse e comprenderne le esigenze, magari con la nostra debolezza, che poi è il modo più autentico per essere accolti quando parliamo di pace.

Non solo i credenti, ma tutti coloro che sono animati da buona volontà sanno quanto sia necessario il dialogo in tutte le sue forme. Dialogare non serve solo a prevenire e risolvere i conflitti, ma è un modo per far emergere i valori e le virtù che Dio ha scritto nel cuore di ogni uomo e ha reso evidenti nell’ordine della creazione. Cercare ed esplorare ogni opportunità per dialogare non è solo un modo per vivere o coesistere, ma piuttosto un criterio educativo. Il dialogo è un criterio educativo. In questa linea trova giusta collocazione il percorso di studi in teologia interconfessionale avviato in questa Università. Andate avanti, con coraggio. Quanto abbiamo bisogno di uomini di fede che educano al vero dialogo, utilizzando ogni possibilità e occasione!

I vostri lavori odierni si concluderanno con l’apertura di una mostra che presenta opere il cui linguaggio vuol essere dialogico. I dipinti dell’artista saudita Al-Khuzaiem si propongono come strumenti per aprire sentieri di pace, richiamare diritti, e fare della persona il centro di ogni azione e di ogni progetto educativo.

Questo momento diventa ancor più significativo perché ci ricorda l’opera di un uomo del dialogo e costruttore di pace, il Cardinale Jean-Louis Tauran. La sua vita è stata tutta proiettata nella prospettiva del dialogo. Anzitutto il dialogo con Dio, che il cristiano, il sacerdote, il vescovo Tauran ha coltivato, a cui ha ispirato le scelte e le azioni e nel quale ha trovato conforto durante la malattia. Il secondo è il dialogo tra i popoli, i governi e le istituzioni internazionali per il quale il diplomatico Tauran si è prodigato favorendo la conclusione di accordi, di mediazioni o proponendo soluzioni, anche tecniche, a conflitti che minacciavano la pace, limitavano i diritti dell’uomo e offuscavano la libertà di coscienza. Il terzo, il dialogo tra le religioni, che ha visto il Cardinale spendersi non per riaffermare i punti già in comune, ma per ricercarne e costruirne di nuovi. Quale Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, egli ci ha fatto capire che non basta fermarsi a ciò che ci avvicina, ma è necessario esplorare nuove possibilità perché le diverse tradizioni religiose possano trasmettere, oltre che un messaggio di pace, la pace come messaggio.

C’è un episodio nel suo servizio alla Santa Sede e alla Chiesa che fa comprendere le ansie e le aspirazioni, ma anche la semplicità e la profondità di questo uomo di Dio. Nel giugno del 1993 a Vienna, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo, l’allora monsignor Tauran aveva appena terminato il suo intervento, richiamando il necessario dialogo tra le religioni. Nel lasciare la tribuna si trovò, per caso, di fronte un membro della delegazione dell’Arabia Saudita che chiese come fare per approfondire l’importanza del dialogo. La sua risposta fu: “Lo potremo fare quando verrò nel suo Paese”. Quel desiderio lo accompagnò negli anni e trovò realizzazione solo alcuni mesi prima del suo ritorno alla casa del Padre con la visita svolta a Riyadh nell’aprile del 2018.

La volontà di dialogare sostenne, anche nella malattia, questa figura di sacerdote, leale e disponibile, amico, che anche per me è stata importante e di grande aiuto per comprendere molte situazioni nel mio servizio di Vescovo di Roma e successore di Pietro.

A quanti hanno contribuito a realizzare questa iniziativa va il mio grazie. A tutti rivolgo l’invito a pregare senza sosta e a compiere ogni sforzo perché attraverso un autentico Patto Educativo Globale si possa inaugurare un’era di pace per l’intera famiglia umana. Grazie. vatican.va