La questione curda: un dramma infinito.

in Opinione

Di Alberto Rosselli

Nel 1923, con il trattato di Losanna, il Kurdistan fu arbitrariamente smembrato tra
Siria, Persia, Iraq e Turchia e il popolo curdo si ritrovò frammentato e di fatto relegato al
ruolo di una semplice minoranza priva o quasi di diritti  . La Turchia inglobò la porzione
maggiore dell’ex Kurdistan che andò a costituire il 30% del proprio territorio.

Se l’impero ottomano era un crogiuolo di popoli relativamente coesi (turchi e arabi non
andarono mai molto d’accordo) in quanto facenti parte della cosiddetta umma (comunità)
islamica, la Repubblica turca venne invece fondata sull’idea laica di un “unico popolo
turco”, cioè su base etnica. In realtà, nonostante la Turchia sia dominata ancora oggi
dall’ideologia nazionalista kemalista, essa rimane ancora una società multietnica e
multiculturale nella quale la memoria del disfacimento dell’impero ottomano continua ad
alimentare in certi centri di potere di Ankara la paura di una possibile e temuta
frammentazione del paese.

Dopo la sua elezione a presidente, Mustafa Kemal (1881 –1938) vide subito nella
questione curda (come in quella armena) una vera e propria minaccia all’integrità etnico-
culturale dello stato nazionale turco: pericolo che fu affrontato con gli strumenti della
repressione e attraverso un processo di intensa “turchizzazione” delle province curde i
cui abitanti, come logica reazione, iniziarono a dare il loro sostegno alle prime fazioni
armate.

Alla fine degli anni Cinquanta, un gruppo di curdi eletti nelle file del parlamento
turco promosse la nascita del movimento Doguculuk (o Questione orientale), che
chiedeva riforme economiche e lo sviluppo dell’Anatolia orientale, area che il popolo
curdo ritiene di sua appartenenza. E come tutta risposta, il regime turco soppresse
l’organizzazione nel timore di una possibile disgregazione nazionale.

Successivamente, il movimento nazionalista curdo, influenzato dai fenomeni di contestazione politica e sociale occidentali, incominciò ad avanzare non soltanto rivendicazioni autonomistiche,
ma anche sociali, suddividendosi al suo interno in due compagini: una “autonomista” e
l’altra, più estremista, “indipendentista”, di matrice marxista che, con il passare del
tempo, si affermò sempre di più trasformandosi, nel 1978, in PKK (il Partito dei
Lavoratori Curdi) il cui fondatore e leader è Abdullah Ocalan.

Va ricordato che, durante tutti e tre i colpi di stato avvenuti in Turchia (1960, 1971 e 1980) i regimi militari hanno sempre approfittato dell’occasione per attuare repressioni, arrestando e torturando
esponenti dei partiti curdi, “turchizzando” i villaggi curdi e proibendo l’uso della lingua
madre ai loro abitanti. In risposta a questa politica, il PKK scatenò nel 1984 una lotta armata (che, tra alterne vicende, e ‘pacificazioni temporanee’, si protrasse fino al 1999),
ricorrendo spesso ad attentati per colpire gli alti esponenti del governo turco.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta furono compiuti diversi
tentativi per sondare l’eventualità di reciproche aperture tra il governo turco e i partiti
curdi. Il PKK dichiarò più volte la tregua e a sua volta il premier turco Türgüt Ozal (1927
–1993) ammise l’esistenza nel paese di 12 milioni di curdi aventi diritto ad una propria
lingua e cultura, proponendo per questa minoranza un’autonomia simile a quella
concessa dal governo di Madrid ai Paesi Baschi (creazione di una regione autonoma con
un proprio parlamento e governo, una polizia nazionale e l’adozione del curdo come
lingua ufficiale).

Recep Tayyip Erdogan, da poco insediatosi al governo turco, promise di “risolvere
la questione curda con più democrazia” rispetto ai suoi predecessori: riabilitò l’uso della lingua
curda, restaurò i nomi di alcune città curde e approvò una parziale amnistia per ridurre le
condanne ai militanti del PKK incarcerati. Come conseguenza, dal carcere, lo stesso
Ocalan (leader del PKK), invocò la fine della lotta armata. Ma nel 2015 Erdogan, per
questioni legate alla guerra civile in Siria e per motivi elettorali, interruppe e scatenò una
guerra contro il separatismo curdo, rinfocolando così la guerriglia nel sud-est del Paese,
e con attentati anche ad Istanbul e Ankara. Con una serie di decreti, possibili grazie alla
dichiarazione di stato d’emergenza effettuata da Erdogan dopo il presunto tentativo di
golpe subito il 16 luglio 2016, organizzazioni, scuole di lingue e istituzioni culturali curde
furono chiuse e a ridosso del confine siriano i sindaci eletti furono tuttii deposti e
sostituiti da amministratori benvoluti da Ankara. Il tutto, nonostante Erdogan
promulgasse una serie di iniziative diciamo distensive, ma in ogni caso marginali, nei
confronti della minoranza curda di Anatolia.

Non si pecca di malignità nel sospettare che le alterne e schizofreniche aperture e chiusure da parte del governo turco fossero anche funzionali al progetto di entrare nella Comunità Europea, da sempre ostacolato dagli europei a causa delle continue violazioni dei diritti umani attuate contro i curdi e gli
armeni. Purtroppo, la morte di Ozal e il ruolo assunto dai curdi durante la guerra del
Golfo del 1991 fecero però tramontare ogni speranza di rapida risoluzione politica
dell’annosa vertenza.

Attualmente, nelle zone del Kurdistan anatolico le libertà fondamentali, tra cui
quella di stampa, sono ancora inconsistenti e secondo fonti attendibili (si vedano i
rapporti dell’ONU e quelli di Amnesty International), si fa riferimento a frequenti
soprusi e violenze da parte della polizia e dell’esercito di Ankara. Particolare
preoccupazione desta la situazione dei prigionieri curdi rinchiusi nelle carceri turche –
luoghi dove viene ancora praticata la tortura come mezzo abituale per estorcere
informazioni – tanto che in passato molti detenuti hanno intrapreso un tragico ed inutile
sciopero della fame che si è concluso con la morte di decine di essi. Recentemente, a
complicare ulteriormente i rapporti tra Turchia e comunità curda è stata la mossa
militare di Erdogan (cioè l’invasione del Kurdistan siriano) che, tuttavia, sembra essersi
bloccata anche per il volere di Washington.

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