Chi era Sylvia Plath

in Cultura

Sylvia Plath, la poetessa americana a cui è dedicato il doodle di Google, avrebbe compiuto 87 anni oggi. Morì invece a 30 anni e divenne davvero famosa solo dopo la morte: mentre era viva furono pubblicate solo due sue raccolte di poesie e il suo unico romanzo, La campana di vetro, uscito un mese prima della sua morte. Le caratteristiche autobiografiche delle sue opere contribuirono negli anni a creare un piccolo mito intorno al suo personaggio, dovuto soprattutto al modo in cui morì: Plath aveva un disturbo psichiatrico – le fu diagnosticata una forma di depressione clinica quando studiava all’università – e si suicidò qualche tempo dopo aver scoperto un tradimento del marito, il poeta inglese Ted Hughes.

La sua fama successiva, indubbiamente legata al suicidio, portò a un riconoscimento del valore letterario delle sue opere al punto che nel 1982 vinse un premio Pulitzer postumo per Tutte le poesie, la raccolta che comprende la sua intera produzione poetica.

Sylvia Plath nacque a Boston il 27 ottobre 1932. Suo padre, un entomologo di origine tedesca, morì improvvisamente poco prima che lei compisse 8 anni e quindi Plath crebbe solo con la madre. Nel 1950 fu ammessa allo Smith College, una rinomata università femminile del Massachusetts, e nel 1953 passò un mese a New York per fare uno stage nella rivista Mademoiselle: in quel periodo ebbe la sua prima crisi depressiva, fu ricoverata e sottoposta alla terapia dell’elettroshock e fece il suo primo tentativo di suicidio. La storia raccontata in La campana di vetro è ispirata a quel periodo: la protagonista Esther Greenwood è un alter ego di Plath e vive un’esperienza molto simile alla sua.

Una parte molto citata di La campana di vetro – ad esempio in una delle puntate della prima stagione di Master of None di Aziz Ansari – è quella in cui Esther Greenwood spiega come guarda al suo futuro e alle scelte che dovrebbe fare per dare una direzione alla sua vita.

Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.

Dopo un periodo di cura, Plath tornò all’università e si laureò nel 1955. Nel 1956 incontrò Hughes: quattro mesi dopo essersi conosciuti i due si sposarono. Inizialmente vissero negli Stati Uniti, dove per un periodo Plath insegnò all’università. Su suggerimento dei poeti Robert Lowell e Anne Sexton, che come Plath la critica letteraria definisce esponenti della “poesia confessionale”, si dedicò a scrivere poesie molto autobiografiche. Alla fine del 1959 Plath e Hughes andarono a vivere in Inghilterra. L’anno successivo uscì la raccolta di poesie di Plath The Colossus e la poetessa ebbe la sua prima figlia, Frieda. Nel 1961 Plath finì di scrivere La campana di vetro e poi nel gennaio del 1962 ebbe il suo secondo figlio, Nicholas.

Gli editori americani inizialmente non furono interessati a pubblicare La campana di vetro. La prestigiosa casa editrice Knopf commentò il romanzo dicendo che non conteneva «abbastanza talento per essere preso in considerazione» anche se non escludeva che in futuro Plath potesse scrivere qualcos’altro che funzionasse meglio. Il romanzo fu però accettato dalla casa editrice britannica Heinemann e uscì nel gennaio del 1963 sotto lo pseudonimo Victoria Lucas. Tuttavia fu praticamente ignorato dai critici. Negli Stati Uniti fu pubblicato solo molti anni dopo, nel 1971.

Dopo aver finito La campana di vetro, Plath aveva intanto iniziato a lavorare a un nuovo romanzo, con il titolo provvisorio di Double Exposure (a un certo punto si era chiamato anche Doubletake o The Interminable Loaf): il manoscritto, lungo 130 pagine, venne ritrovato dopo la sua morte. Nel 1977, nell’introduzione a una delle raccolte postume di scritti di Plath, Ted Hughes confermò che Plath aveva lavorato al manoscritto, ma disse anche che era «scomparso» intorno al 1970. Successivamente non spiegò mai meglio cosa fosse successo: ammise di aver distrutto alcuni quaderni della moglie, ma non il manoscritto. Plath lo aveva definito la continuazione di La campana di vetro, in cui raccontava che il marito della protagonista si era rivelato un disertore cascamorto: probabilmente era ispirato al tradimento di Hughes. Plath e Hughes si separarono nel settembre del 1962 dopo che lui non aveva voluto interrompere la relazione con un’altra donna, Assia Wevill. Dopo la separazione Plath andò a vivere a Londra con i figli (nello stesso edificio in cui per qualche tempo era vissuto il poeta William Butler Yeats): in quel periodo scrisse molte delle sue poesie più famose, quelle poi raccolte in Ariel, ma ebbe anche grandi difficoltà economiche. Aveva due bambini molto piccoli di cui prendersi cura da sola, che quell’inverno, particolarmente rigido, erano spesso malati. In mezzo a questi problemi, Plath ebbe nuovi episodi depressivi che finirono l’11 febbraio 1963, quando la poetessa si suicidò. il post

Tags: