C’è ancora chi non crede che Imane Fadil sia morta di malattia

in Diritti Umani/Donna

Non le hanno ancora messo messo un fiore sulla tomba, a otto mesi dalla fine, perché credono che la Procura di Milano si sbagli quando parla di “morte naturale senza nessuna responsabilità”. Per chi l’amava, Imane Fadil, la testimone dei processi Ruby che si è spenta il primo marzo scorso per una malattia rara (aplasia midollare) dopo un mese di agonia, non è stata uccisa a 34 anni da un destino nero.

La mamma e i fratelli, attraverso l’avvocato Mirko Mazzali, rimettono ora sul tavolo tutti gli scenari esclusi dai magistrati, dall’avvelenamento alla colpa medica, presentando un’istanza di opposizione all’archiviazione dell’inchiesta per omicidio volontario. Chiedono nuove perizie sulle spoglie, già martoriate da decine di esperti, della giovane donna di origine marocchina.

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