Attacco turco in Siria, effetti collaterali: “spose dell’Isis” in fuga dalle carceri dopo i raid

in Esteri

 

Tooba Gondal, una 25enne londinese, e Lisa Smith, un’ex militare irlandese di 38 anni, due importanti reclutatrici dell’Isis, sono fuggite. Volate in Siria per unirsi nelle fila dell’autoproclamato Califfato, erano state arrestate dalle Forze democratiche siriane (Sdf), di cui curdi sono una parte fondamentale. Gondal, madre di due bimbi, e Smith si trovavano nel campo di Ain Issa, nella Siria nord-orientale sotto attacco dell’esercito turco. Un struttura per sfollati dove sono state rinchiuse anche migliaia di donne, spesso con figli piccoli, affiliate al sedicente Stato islamico. Domenica 13 ottobre, le due britanniche sono scappate, così come altre tre “spose della jihad” di nazionalità francese. Nel campo è scoppiata una rivolta e centinaia di prigionieri si sono dati alla fuga.Secondo il quotidiano inglese The Telegraph, le due donne hanno camminato per diversi chilometri prima di incontrare i miliziani dell’Esercito Nazionale Siriano (Ens), il cappello che raggruppa i miliziani schierati a fianco dell’esercito turco nell’offensiva sul nord-est della Siria. Gondal e Smith sono state condotte in luogo sicuro alla periferia di Tel Abyad. “Non è una prigione, ma non possono andarsene per ora”, ha assicurato una fonte al Telegraph. Assieme a Gondal e Smith, nelle mani dell’Ens ci sarebbero altre militanti dell’Isis fuggite dal campo di Ain Issa. Straniere provenienti da Germania, Macedonia, Kirghizistan, Azerbaigian e Turchia.Donne dell’Isis in fuga dal campo di Ain Issa (Rojava information center)

Almeno altre tre “spose della jihad” francesi sono riuscite ad evadere. E, ancora più preoccupante, si sono unite di nuovo al gruppo terroristico. Una di loro ha inviato un messaggio audio ai suoi familiari in Francia nel quale raccontava di essere scappata dopo l’incendio del campo. Ma l’aspetto più inquietante è stata la voce di un uomo che diceva: “Siamo i tuoi fratelli dello Stato islamico, adesso ti portiamo in salvo nel deserto”. Secondo alcune fonti statunitensi citate dalla rivista Foreign Policy, a liberare i prigionieri affiliati all’Isis sarebbero le stesse forze locali alleate della Turchia. E in un video circolato sui social media si vedono alcuni miliziani dell’Esercito Nazionale Siriano prendersi cura di un gruppo di persone scappate proprio dal campo di Ain ISSA. Il 15 ottobre, solo due giorni dopo la fuga in massa di centinaia di affiliati all’Isis, nel campo di Ain Issa è scoppiata una nuova rivolta. Anche questa volta, è stato appiccato il fuoco e le poche forze di sicurezza curde rimaste a presidio della struttura non sono riuscite ad impedire un’altra evasione.Le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno catturato circa 12mila miliziani dell’Isis (Gettyimages)

Quando la Turchia ha dato inizio il 9 ottobre all’Operazione “Primavera di Pace”, i curdi avevano avvisato che non sarebbero stati in grado di mantenere la custodia di circa 12mila estremisti islamici, di cui almeno un quarto combattenti stranieri. “Molti dei nostri soldati provengono dalle città di confine – aveva dichiarato il generale curdo Mazloum Kobani – per cui lascerebbero il loro posto nei centri di detenzione per andare a difendere i loro familiari”.

 

L’autoproclamato Califfato è stato sconfitto sul piano militare, tuttavia, molti dei suoi seguaci sono ancora in circolazione. Per molti analisti, l’Isis cercherà di cogliere l’opportunità dell’invasione turca per liberare i propri combattenti prigionieri dei curdi. Lo stesso leader dell’organizzazione terroristica, Abu Bakr Al Baghdadi, in settembre aveva incitato i suoi a compiere tutti gli sforzi in questa direzione. Nei giorni scorsi, inoltre, i jihadisti hanno realizzato e rivendicato attacchi suicidi nelle aree controllate dai curdi, come la città di Qamishlo, o nella stessa Raqqa, l’ex “capitale” dello Stato islamico.Alcune donne straniere affiliate all’Isis nel campo di al–Hol (Gettyimages)

Da tempo si discute del futuro di migliaia di ex membri dello Stato islamico, e dei loro familiari, sotto la custodia delle forze a maggioranza curda. Francia o Inghilterra, Paesi da cui provengono molti foreign fighters, si sono sempre opposte al rimpatrio dei propri cittadini andati a combattere in Siria. Trump, dopo il ritiro delle truppe americane dal Paese mediorientale, ha liquidato il problema con un tweet. “Deve essere la Turchia ad occuparsi dei combattenti dell’Isis catturati – ha scritto il presidente Usa – e che l’Europa si rifiuta di riprendere”.Gli Stati Uniti, comunque, hanno predisposto un piano per l’evacuazione in Iraq di almeno 40 pericolosi terroristi. Finora, però, solo due importanti militanti britannici dell’organizzazione jihadista, El Shafee Elsheikh and Alexanda Kotey, sono stati trasferiti fuori dalla Siria. I due sono accusati di far parte di una cellula ribattezzata come i “Beatles” per il loro accento inglese. Sono accusati di aver torturato e ucciso ostaggi occidentali. Esecuzioni filmate e poi diffuse in rete.

 

Con l’invasione turca annullati 5 anni di lotta allo Stato islamico

Raqqa, l’ex capitale dell’Isis in Siria, distrutta dai combattimenti per liberarla dagli estremisti islamici (Gettyimages)

Francia e Gran Bretagna hanno accusato la Turchia e gli Stati Uniti di aver annullato cinque anni di sforzi della Coalizione internazionale nella lotta contro l’Isis. “Questo intervento [turco] – ha dichiarato il primo ministro francese Edouard Philippe – è devastante per la nostra sicurezza collettiva perché porterà all’inevitabile rinascita dello Stato islamico nella Siria settentrionale e probabilmente anche nell’Iraq nord-occidentale”. Dello stesso parere il ministro degli Esteri inglese, Dominic Raab, che ha espresso la sua preoccupazione per il possibile ritorno in patria dei foreign fighters britannici.

 

Da parte sua, il presidente Erdogan ha assicurato che nessun terrorista dell’Isis lascerà il nord-est della Siria. In ogni caso, l’offensiva militare turca pone l’urgenza di dare una soluzione alle migliaia di europei, tra cui molte donne e bambini, detenuti nei campi profughi o nelle prigioni curde. I Paesi di provenienza dei foreign fighters andati in Siria per lottare con il Califfato non possono più permettersi di ignorare il problema. L’evasione in massa delle “spose della jihad” è un serio avvertimento che non deve essere sottovalutato.fanpage

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