Alberto Rosselli

LA TURCHIA INVADE LA SIRIA, MA GLI INTERESSI DI ERDOGAN SI SPOSTANO VERSO L’ASIA CENTRALE.

in Opinione
Alberto Rosselli

di Alberto Rosselli

La Turchia invade la Siria, fa strage di curdi (gli unici, assieme ai cristiani siriani ad avere combattuto lIsis), ma gli interessi politici ed economici del governo di Ankara non sembrano più focalizzati su un’entrata della Turchia nel consesso europeo (la ‘mucca da mungere’ attraverso lo spauracchio mitigabile soltanto con richieste il denaro) in cambio di un’invasione di derelitti verso il Vecchio continente, ma si spostano verso l’Asia centrale turcofona: questo secondo l’opinione espressa recentemente dagli esperti di geopolitica mediorientale ed euroasiatica. La vittoria del partito del presidente  Recep Tayyip Erdogan (fine giugno 2018) è risultata parziale, in quanto in voto non si è tramutato in un plebiscito a favore del leader. Non essendo riuscito ad ottenere un risultato ‘bulgaro’, per la prima volta dopo 17 anni, la compagine di Erdogan (l’AKP), è stata, infatti, costretta per governare il Paese ad accordarsi con il MHP, formazione nazionalista panturca, panturanica, marcatamente anti-occidentale e vicina ai gruppi fondamentalisti islamici. Tuttavia, il ‘regime’ di Erdogan ha ottenuto egualmente un suo notevole consolidamento grazie alla vittoria del ‘si’ ottenuta, attraverso il referendum dell’aprile 2017, sulla Riforma Costituzionale: un’autentica rivoluzione istituzionale accentratrice ed autoritaria che ha permesso ad Erdogan di rafforzare ed ampliare abbondantemente i poteri e le prerogative del Presidente della Repubblica, e nel contempo, gli ha consentito di restringere quelli del Parlamento e del Primo ministro. In buona sostanza, con la vittoria dei ‘si’, Erdogan ha fatto sue le prerogative del corpo legislativo ed esecutivo, annullando di fatto la figura del premier, facendo sparire i già precari contrappesi democratici previsti dalla vecchia Costituzione (che si appoggiava, almeno in parte, alla passata tradizione laicista kemalista) ed imponendo un regime quasi assoluto che potrebbe garantirgli di agire a suo piacimento ed in maniera quasi del tutto indipendente nei campi della politica interna ed estera fino al 2019. Fortemente irritato dalle critiche mosse dalla UE nei suoi confronti allorquando il 15 luglio del 2016, in seguito ad un golpe organizzato contro il suo establishment (golpe sul quale permane il sospetto di essere stata un’astuta sceneggiata organizzata dai servizi segreti), il presidente non si è, infatti, limitato a tutelare la sua posizione, ma ha approfittato dell’evento (represso piuttosto rapidamente dalle forze lealiste) per tarpare le ali in maniera a dir poco feroce a tutti i suoi avversari politici, zittendo e la stampa non allineata, e riprendendo le rappresaglie contro la minoranza curda accusata, assieme all’ex alleato, il predicatore e politologo Fethullah Gulen – attualmente rifugiato negli Stati Uniti – di avere organizzato e/ o partecipato al golpe. Di qui la condanna – a dire il vero non ‘coraggiosissima’ della UE – e l’apparente raffreddamento dei rapporti con la Turchia.

Raffreddamento che, tuttavia, non ha impedito a Bruxelles di ‘regalare’, attraverso un accordo assai poco trasparente, al dittatore Erdogan sei miliardi di euro per la “gestione dei tre milioni di rifugiati siriani, afghani, iracheni presenti in Anatolia, e per la messa a punto di centri di ricovero e sanitari. Trattasi di 26 infrastrutture che, in realtà, fino ad oggi, sono state realizzate in minima parte e senza alcun controllo internazionale circa i fondi realmente investiti. Insomma, a parole la UE condanna l’atteggiamento e le modalità di governo nettamente antidemocratiche del ‘Sultano’ Erdogan, ma in realtà non fa nulla di concreto. Ricordiamo che, all’indomani del golpe di luglio, Erdogan incarcerò 20.335 persone e 17 giornalisti, spalleggiato dal premier Binali Yildirim che fece rimuovere dagli uffici pubblici 79.900 tra dirigenti e impiegati, chiudendo anche 4.262 società accusate di avere legami con Fethullah Gulen per il quale la Procura turca ha richiesto due sentenze all’ergastolo e ulteriori 1.900 anni di carcere.

Ma ritorniamo all’attualità. Dopo l’ennesima svolta autoritaria di Erdogan, molti osservatori iniziano a chiedersi fino a che punto sarà opportuno fidarsi di uno statista che, di fatto, tende a giocare, molto astutamente, su due tavoli. Primo: ricattando l’Europa sulla questione profughi (Ankara incassa miliardi di euri, ma ha già fatto intendere che se l’Europa non si dimostrerà più ‘aperta’ sulla questione dell’integrazione della Turchia nel Vecchio Continente ormai sovrappopolato di immigrati anatolici, si veda la Germania) potrebbe annullare l’accordo che regola questo scambio. Secondo: puntando lo sguardo al Medio Oriente, all’Iran sciita e all’Asia Centrale che, a nostro parere, rappresentano il target futuro della politica estera anatolica. Non a caso, riporta il giornalista Giampaolo Rossi (de Il blog dell’Anarca)

Nel corso dell’ultima riunione con i membri dell’Associazione Europea del Libero Scambio (EFTA), il ministro dell’economia turco Nihat Zeybekci, ha dichiarato che la Turchia non ‘si ritiene vincolata’ dalla sollecitazione americana ai Paesi alleati di interrompere le importazioni di petrolio dall’Iran; ma solo se la decisione sarà presa dalle Nazioni Unite. Di per sé la questione non sarebbe sconvolgente dal momento che anche l’Europa non ha seguito Washington nella sua contrapposizione con Teheran”. Dopodiché il ministro turco ha aggiunto che Ankara “farà attenzione affinché l’Iran, paese amico e fratello, non subisca ingiustizie o torti in questo ambito”.

Ma Erdogan non si ferma certo ad una stabilizzazione amichevole dei rapporti con l’Iran, ma guarda anche alla Russia e alle Repubbliche ‘sorelle’ centro asiatiche turcofone e di etnia uralo altaica (di cui parleremo più avanti). Ma andiamo per ordine. Una volta compreso che il governo siriano di Assad non sarebbe stato travolto dall’Isis, efficacemente contrastata nel nord del Paese dalle forze curde invise ad Ankara, Erdogan ha allacciato relazioni con la Russia di Putin in funzione anti-americana, anti-francese e ovviamente anti-curda (nel corso della guerra civile in Siria, Washington e Parigi hanno appoggiato la componente curdo-siriana). Lo scopo ultimo di Erdogan sarebbe quello di trasformare la Turchia in nazione guida di tutti i Paesi islamici, almeno quelli sunniti, rinverdendo addirittura i fasti del Califfato ottomano e divenendo in questo modo l’unica potenza musulmana in grado di indirizzare le sorti della umma mediorientale.

Ma nel contempo, Erdogan vorrebbe pure diventare l’unico interlocutore privilegiato e strategico con Occidente, Eurasia e addirittura estremo Oriente. I sempre più stretti legami con Mosca e Pechino per la firma di accordi commerciali, energetici e militari, e la possibilità che Ankara entri nel cosiddetto ‘Gruppo di Shangai’ (fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di sei Paesi: CinaRussiaKazakistanKirghizistanTagikistan e Uzbekistan), avvallano abbondantemente questa prospettiva. E veniamo, infine, alla penetrazione turca in Asia Centrale. “La collaborazione tra la Turchia e i Paesi centro asiatici – riporta http://www.eastjournal.net – ha origini relativamente antiche, in quanto risale al momento immediatamente successivo al crollo dell’Unione Sovietica. Fin da allora infatti Ankara ha avviato una politica di collaborazione ad ampio raggio, con lo scopo di proporre il sistema economico e democratico turco come modello per lo sviluppo. Più che economico però, l’approccio di Ankara era prevalentemente culturale, e si basava sulle comuni caratteristiche etniche e culturali tra il popolo turco ed i popoli dell’Asia centrale, che infatti professano la religione islamica e che soprattutto appartengono al gruppo etnicolinguistico e culturale turco (con l’eccezione del Tagikistan, che invece appartiene al gruppo etnico persiano). 

L’elezione di Recep Tayyip Erdogan alla carica di Primo Ministro nel 2003, ha significato una ripresa della politica di cooperazione, che nel 2009 ha portato alla nascita del ‘Consiglio di Cooperazione dei Paesi turcofoni’, per incrementare la cooperazione tra i Paesi membri. In questi ultimi anni, Erdogan – e lo dimostra la sua recente visita ufficiale a Tashkent e a Buchara (Uzbekistan) – ha spalancato le porte ad una nuova era. In Uzbekistan il Presidente ha inaugurato due grandi scuole coraniche finanziate da Ankara ed ha avviato un programma di interscambio a livello economico e universitario-scientifico, con la messa a disposizione, sempre da parte della Turchia, di cospicui finanziamenti (inizialmente, un miliardo di euri) a favore dell’industria, soprattutto quella petrolifera e dell’agricoltura. Oltre a ciò, il Presidente ha concesso centinaia di borse di studio per giovani asiatici turco foni intenzionati a trasferirsi in Anatolia o a lavorare in loco. Tutto ciò rientra in una logica binaria. Al di là dell’idealismo patriottico ed etnico e del mai sopito sogno ‘panturanista’ di Erdogan (cioè la creazione di una ‘Grande Turchia’ che si estenda dal Mare di Aral al Bosforo: il vecchio sogno di Enver Pasha), Erdogan sa bene che sotto il suolo centroasiatico si celerebbero immensi e non ancora sfruttati giacimenti di petrolio e gas: una specie di ‘Nuovo Eldorado Energetico’, che la Turchia non vorrebbe certo lasciarsi sfuggire di mano. Staremo a vedere come, in futuro, reagiranno i colossi limitrofi, cioè la Russia e la Cina, anch’essi al corrente della cosa.

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