Afghanistan, presa a calci nell’addome donna attivista contro i matrimoni combinati

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KABUL – Ieri Amina Dahib stava per camminando in strada e quando si è ritrovata da sola a girare in un vicoletto è stata aggredita alle spalle. Le hanno strappato l’hijab, l’hanno presa a pugni e hanno cercato di alzarle il vestito e di strapparglielo, poi dopo un paio di calci all’addome sono scappati. E’ stata una punizione. Un affronto perché Amina è un’attivista di una delle Associazioni che chiedono che le donne possano essere libere di rifiutare matrimoni combinati, libere di lavorare e di poter far parte della vita politica. E non è l’unica a subire violenze per queste ragioni. Secondo un recente breafing,  Defenseless Defenders: Attacks on the Afghanistan Human Rights Community , Amnesty International, “i gruppi afgani impegnati nella difesa dei diritti umani stanno subendo intensi attacchi da parte delle autorità e dei gruppi armati. Di fatto, i difensori dei diritti umani e gli attivisti sono sottoposti a intimidazioni, molestie, minacce e violenze. E le cose non stanno migliorando.
I pericoli di chi difende i diritti umani. Ai primi di agosto, Abdul Samad Amiri, direttore della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan nella provincia di Ghor, è stato rapito e ucciso dai talebani. “E’ stato un atto brutale, un crimine di guerra – ha detto Samira Hamidi, attivista per l’Asia meridionale di Amnesty International. “Se i talebani affermano di perseguire la pace, continuano a uccidere le persone nel modo più raccapricciante. Abdul Samad Amiri ha dedicato la sua vita a difendere i diritti degli altri e a parlare per loro, per farli sentire meno soli in ogni aspetto della vita e ha lottato per un Afghanistan più sicuro e giusto. “Questa omicidio – ha detto ancora Samira Hamidi – sottolinea i gravi pericoli che devono affrontare i difensori dei diritti umani in Afghanistan. Minacciati da tutte le parti in un conflitto che continua a reclamare quotidianamente vite civili, rimangono indifesi. Il governo afghano e la comunità internazionale devono fornire loro la protezione di cui hanno un disperato bisogno e non abbandonarli ”.
Un governo che non riesce ad indagare. Nel suo rapporto, Amnesty ha già sottolineato che il Governo afghano non è riuscito a indagare sui ripetuti attacchi contro gli attivisti per i diritti umani, a volte accusandoli addirittura di “fabbricare” le loro denunce e persino suggerendo di prendere le armi per difendersi. “Questo è uno dei momenti più a rischio per essere un attivista per i diritti umani in Afghanistan” – ha affermato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale. “Non solo operano in un ambiente tra i più pericolosi – ha detto ancora – ma affrontano le minacce sia del governo che dei gruppi armati. Il governo afghano ha il dovere di rispettare, proteggere e sostenere gli attivisti, di indagare sulle minacce e gli attacchi contro di loro e di fermare i possibili responsabili”. (Fonte: “La Repubblica”)

Sono nata a Magenta (MI) il 26/08/1980 e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione (2004) con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su molti giornali online ed alcuni cartacei.

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