India, tolto l’utero a migliaia di donne: senza mestruazioni lavorano di più

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Il sub continente indiano mostra ancora una volta le sue contraddizioni più atroci sul corpo e il destino delle donne: alle stesse latitudini si trovano donne ridotte a uteri in outsourcing per produrre bambini altrui e donne poverissime cui strappare il grembo perché le mestruazioni rallentano il lavoro.

la BBC a denunciare il fenomeno in un articolo del 5 luglio scorso.

Le mestruazioni in tante zone dell’India sono ancora considerate un vero e proprio tabù e le donne nei giorni di sanguinamento  vengono allontanate dalla vita sociale perché impure.

Ma l’avversione più estrema per il ciclo mestruale e i suoi di solito accettabili inconvenienti, che poi sarebbero parte integrante di un mirabile ordine che coinvolge tutto il nostro corpo e la nostra psiche, si vede nella diffusione di una pratica tanto vergognosa quanto impunemente messa in atto, anche se i tentativi di arginarla ci sono.

Le donne che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero non devono e/o non possono perdere nemmeno una giornata di lavoro, cosa che i fastidi o le indisposizioni legati alle mestruazioni a volte possono implicare. Meglio risolvere il problema alla radice, dunque: via l’utero o via tu dal lavoro nei campi.

(…) from the western state of Maharashtra where it has been revealed by Indian media that thousands of young women have undergone surgical procedures to remove their wombs in the past three years. In a substantial number of cases they have done this so they can get work as sugarcane harvesters.

(la prima notizia viene) dallo stato occidentale del Maharashtra dove è stato rivelato dai media indiani che migliaia di giovani donne sono state sottoposte a procedure chirurgiche per rimuovere l’utero negli ultimi tre anni. In un numero considerevole di casi lo hanno fatto in modo da poter lavorare come raccoglitori di canna da zucchero.

Le donne non sono tanto apprezzate come forza lavoro perché di forza ne hanno meno e perché hanno quella particolarità così fastidiosa che compromette il loro rendimento come “coltelli” dello zucchero. Il paragone è tirato ma anche in occidente si mira a far sembrare del tutto ininfluenti le mestruazioni sulla vita di una donna; dal paracadute per gettarsi in volo e via! dei mitici anni’90, ai nuovi materiali super confortevoli grazie ai quali non devi accorgerti di avere perdite (e va benissimo, per carità!), ai pantaloni bianchi che non sia mai che non possa indossare proprio in quei giorni lì, se voglio. Devi essere donna, ma la cosa non deve pesare, chiaro? Né a te né a nessun altro. Una mentalità al confine tra misoginia e pedofilia. Il ciclo ricorda il tempo e significa la possibilità della vita e questi fatti così strani e ingovernabili non servono al commercio. A meno che non diventino essi stessi prodotti. L’India è (stato) uno dei più grandi “discount” dell’utero in affitto, anche se ora il governo ha imposto restrizioni imposte alle gravidanze surrogate a fini commerciali.

Ma tornando alle vere atrocità che colpiscono migliaia di donne identiche a noi per valore e lontane dalla nostra condizione per i pesi enormi che ancora le gravano, leggiamo cosa significa nascere femmina in India:

Every year, tens of thousands of poor families from Beed, Osmanabad, Sangli and Solapur districts migrate to more affluent western districts of the state – known as “the sugar belt” – to work for six months as “cutters” in sugarcane fields.

Once there, they are at the mercy of greedy contractors who use every opportunity to exploit them.

To begin with, they are reluctant to hire women because cane-cutting is hard work and women may miss a day or two of work during their periods. If they do miss a day’s work, they have to pay a penalty.

Ogni anno, decine di migliaia di famiglie povere dei distretti di Beed, Osmanabad, Sangli e Solapur migrano verso i più ricchi distretti occidentali dello stato – noto come “la cintura dello zucchero” – per lavorare per sei mesi come “coltelli” nei campi di canna da zucchero.

Una volta lì, sono in balia degli avidi appaltatori che approfittano di ogni opportunità per sfruttarli.

Per cominciare, sono riluttanti ad assumere donne perché il taglio della canna è un duro lavoro e le donne possono perdere un giorno o due di lavoro durante i loro periodi. Se mancano un giorno di lavoro, devono pagare una penalità.

In alcuni luoghi del mondo, troppo vasti!, se sei femmina rischi sempre e da sempre la vita e finché hai vita. E’ sempre un costume indiano ( ma anche del Paksitan, Bangladesh,…) quello di stanare le bambine non appena lo sviluppo fetale ne tradisca il sesso, a scopo aborto. Se nascono possono essere uccise o lasciate morire; se vivono possono finire nella prostituzione infantile o rapite, stuprate, uccise.

(Fonte: Aleteia.org)

Sono nata a Magenta (MI) il 26/08/1980 e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione (2004) con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su molti giornali online ed alcuni cartacei.

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