RAMBO: LAST BLOOD, LA RECENSIONE: L’ETERNA GUERRA DI SYLVESTER STALLONE

in Cultura/Eventi

Il fil rouge della drammaturgia “rambesca” è da sempre stato il desiderio di tornare a casa, contrapposto alla natura problematica del protagonista. Reduce del Vietnam ed eroe di guerra insignito della Medaglia al ValoreJohn Rambo ha rappresentato (e rappresenta tutt’ora) l’archetipo del soldato in cerca di una riabilitazione pacifica nella società americana, ancora afflitto dagli incubi di morte e da un forte disturbo post traumatico da stress (PTSD). Prima ricacciato violentemente da Hope nel primo, storico capitolo del franchise, poi rispedito in Vietnam, tradito e maltrattato, invitato tra Afghanistan e Pakistan per sventare i piani dei sovietici e infine al centro di un atroce conflitto nella Thailandia settentrionale, culminato con il ritorno di John in Arizona, nel ranch di famiglia, undici anni fa.
Da allora Rambo si è lasciato la guerra alle spalle, tentando di “trattenersi” giorno dopo giorno, impedendo ai suoi disturbi di prendere il sopravvento, comportandosi dignitosamente, finalmente ritiratosi a vita privata insieme all’ex-compagna del padre, Maria (Adriana Barraza), e alla nipote di quest’ultima, Gabrielle (Yvette Monreal).

Una vita serena da ranchero a tutto tondo, la sua, tra cavalli da domare, stalle da pulire, staccionate da riparare, eppure una parte di John non riesce a dimenticare il passato, costringendolo a tenere sempre alta la guardia. Per questo ha scavato tunnel sotto l’intera proprietà, tenendo da parte un piccolo arsenale per ogni sfortunata evenienza, che si presenta proprio quando Gabrielle non fa ritorno dal Messico, costringendo Rambo a mettere da parte ancora una volta la sua umanità e sguinzagliare il soldato delle forze speciali, le sue tattiche di guerriglia e tutta la sua rabbia.

L’innocenza perduta

Che dire di questo Rambo: Last Blood, che si presenta già dal titolo come una chiusura del cerchio della saga? Che certamente non è come ci aspettavamo, non la fine che immaginavamo per il nostro reduce, non il film che a nostro avviso riesce a rendere giustizia al primo e finora inimitabile capolavoro (inteso come opera migliore) del franchise. È una produzione in linea con il periodo revisionista di Stallone, con cui cerca tramite una maturità autoriale più drammatica e perspicace di adattare i suoi due più grandi personaggi (l’altro è Rocky) alla realtà della vecchiaia, a un discorso legato a una fisiologica perdita di atleticità e amore per “l’atto”, più interessato alla profondità emotiva e agli strascichi che il passato ha sul presente.
In termini di scrittura e raffigurazione post-moderna dell’eroe stalloniano anni ’80, questa versione inizialmente meno caricata di Rambo e presa al di fuori del suo contesto tipico, del suo agire conosciuto, è quasi sovrapponibile al Rocky di Creed: questo perché in definitiva (e da sempre) i due più grandi eroi della filmografia di Sly sono stati sin dalla loro prima apparizione specchio diretto dello stesso attore, sceneggiatore e regista.

Ci ha messo davvero se stesso e tutta la sua anima, Stallone, per confondersi attivamente nei meandri traumatici, patriottici e muscolari di queste mastodontiche icone del cinema action, riuscendo infine a cavalcarli per quarant’anni, cambiandoli ed evolvendoli a seconda della veridicità delle sue esperienze, introiettando la sua personalità e la sua inossidabile cifra stilistica in ogni loro aspetto. Il “problema” è che con Creed ha avuto molto più successo.
Per quanto ben strutturato, come concept, Last Blood è un film che si appiattisce su se stesso con il passare dei minuti, girando in tondo senza una vera meta, in cerca di un finale sentimentale e quasi romantico per il suo protagonista che, una volta trovato, fatica ad attecchire nel ricordo positivo dello spettatore.

Non appare neanche come posticcio ma pasticciato sì, tanto in termini di crescita della storia che di ritmo, soprattutto, che arranca e si perde nello sviluppo di una trama risicata che vuole però risultare d’impatto, anche coraggiosa (lo è solo in una scelta), persino spingere alla commozione.
Non una novità, per Rambo, che nella Speranza, nel lontano 1982, era incappato nell’odio represso di poliziotti di periferia, scoprendo quanto terribile potesse essere anche quella parte del mondo priva di conflitti. C’era angoscia e passione, agli inizi, elementi dissipatisi nel tempo, accomodatisi nel substrato emotivo del personaggio per fare spazio al soldato, all’arma inarrestabile da sfruttare, all’intuito del guerrigliero. La presa di coscienza della mancanza assoluta dell’innocenza tanto in guerra quanto in pace ha quindi accompagnato John per quarant’anni, sorprendendolo dal Primo all’Ultimo Sangue, impedendogli in sostanza di vivere in tranquillità, lasciandogli appena la possibilità di dissimularla.

“È questo che si prova…”

La sceneggiatura non è dunque delle migliori e gira fin troppo su se stessa, ma il problema più grande è il ritmo – come spiegavamo. Rambo: Last Blood è suddivisibile in tre grandi parti, ognuna delle quali vive di regole proprie rispetto all’altra. A parte un incipit completamente slegato dal resto della storia (anche abbastanza accattivante), il vero inizio è lento e affaticato, appena aiutato dal montaggio a velocizzare i tempi. Stallone si comporta bene sia da “segugio” che da zio apprensivo, eppure si entra nel film pensando già all’immancabile carneficina finale. Ha senso rallentare perché lo stesso Rambo è più moderato, quindi si procede di pari passo alla quotidianità del ranch, spezzata dal MacGuffin correlato al padre di Gabrielle, che in quanto tale è un mero espediente narrativo per uscire da un’impasse di straordinaria consuetudine, persino estranea al franchise di Rambo.

A questo punto si entra nel vivo della trama ma non dell’azione, che viene montata per esplodere nel terzo atto. Si accelerano i tempi ma il ritmo – paradossalmente – è più indeciso e passa da interminabili fasi di stanca (perché prevedibili) a meravigliosi segmenti di violenza gore tra clavicole spezzate a mani nude e confronti da badass per le strade di qualche sperduta e fatiscente cittadina del Messico settentrionale.
Le premesse sono quelle di una risoluzione finale esemplare e davvero importante, che occupa in definitiva appena 20 minuti di film. Ci si arriva con tutta la tranquillità del mondo, tra qualche splendida inquadratura di Adrian Grunberg e un ricercato lavoro di cromatismi notturni (ricorda davvero un mix sporco tra Viaggio in Paradiso e qualche sensibilità “refniana”), il tutto purtroppo appesantito da scelte di montaggio ampiamente opinabili.

Dicevamo però della carneficina, che arriva e si fa sentire… peccato che lo faccia fin troppo velocemente rispetto al tempo impiegato per metterla in scena. Ci sono sì le tattiche di guerriglia vietnamite, le trappole, le uccisioni splatter, la violenza marcata ed esasperata, la brutalità che accompagna un Rambo ormai privo di ogni compassione, eppure è tutto un ripetersi di piccoli quadretti a sé stanti, uccisione dopo uccisione, senza una vera costruzione alle spalle. Sembra esserci ma è più un pretesto per una danza macabra a colpi di fucili a canne mozze, armi automatiche e machete, questo fino al faccia a faccia conclusivo, uno dei più belli dell’intera saga.

La linea di dialogo più convincente, diretta e dalla forte caratura passionale, è proprio una delle ultime battute di Rambo, unita anche a un godurioso tracciato stilistico e d’impostazione della scena che non delude, anche se avremmo preferito fosse stata messa la stessa cura in tutti e i venti minuti di massacro precedenti. Ma è questo che si prova quando si è costretti a tornare in campo per chiudere definitivamente i conti con il passato, affrontare il dolore e accettare l’eredità umana di ogni persona amata: si soffre e si spera che tutto finisca velocemente. Ancora una volta, ci si augura di dimenticare e poter tornare presto a “casa”, questa volta intesa come rifugio sicuro nel proprio cuore. everyeye