FREGATURA LIBICA PER I NOSTRI PESCATORI

in Esteri

Di Alessandro Sansoni

pagina 10 su Libero cartaceo oggi 14 settembre 2019

Doveva essere un accordo di portata storica. Per la prima volta pescherecci italiani partiti da Mazara del Vallo sarebbero stati autorizzati ad operare in acque libiche senza il rischio di vedersi sequestrare la nave. Purtroppo non è andata così . L’altro ieri mattina erano giunte al porto di Ras El Hilal, nei pressi di Derna,

in Cirenaica, a metà strada tra Bengasi e Tobruk, le prime tre imbarcazioni italiane destinate ad operare nell’area marittima antistante la parte orientale della Libia, attualmente sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, ma già ieri mattina esse sono state costrette a rimettersi in mare, per ordini “ricevuti dall’alto”. L’opportunità era nata grazie alla “diplomazia privata” messa in campo da Luigi Giannini, presidente di Federpesca, che aveva stretto un accordo lo scorso 12 marzo con la Lybian Military and Civil Works Investment Authority, un’organizzazione vicina al LNA, l’esercito del generale Haftar, che autorizzava lo sconfinamento dei pescatori italiani, in cambio di un contributo economico forfettario più una percentuale sul pescato.

Sembrava aver trovato soluzione un problema vecchio di decenni, che rendeva difficile la vita agli operatori del settore, soprattutto le aziende di Mazara del Vallo a caccia nel Mediterraneo dei pregiatissimi gamberi rossi e viola, sempre più rari nelle acque italiane, reso ancora più grave dal fatto che da alcuni anni aveva unilateralmente ampliato la sua Zona economica esclusiva marittima da 12 a 74 miglia di acque antistanti la costa. Non è andata così. L’accordo stipulato da Federpesca, era stato reso operativo il 15 luglio scorso e l’8 settembre le prime navi erano partite da Mazara. Esso prevedeva una fee di 10mila euro al mese per ogni nave e un contributo di circa 1,50 euro per ogni chilo di pesce pescato, da versare proprio all’agenzia d’investimenti collegata con l’Esercito Nazionale Libico. Alle imbarcazioni italiane sarebbe stato consentito in cambio, il rifornimento di carburante presso i porti della Cirenaica, con costi assai meno onerosi rispetto a quelli italiani. Per il momento sarebbero state coinvolte una decina di navi in via sperimentale, anche perché la stagione della pesca finirà tra due mesi, per poi estendere l’accordo a tutti gli operatori il prossimo anno. Intese simili erano state perseguite anche da Francia, Spagna, Grecia e Malta, ma il benestare era stato concesso soltanto all’organizzazione italiana in via esclusiva. Gli entusiasmi con cui Giannini aveva annunciato la partnership negli scorsi giorni erano stati accolti con una certa freddezza dalla Farnesina, preoccupata dei possibili contraccolpi politici sul versante di Tripoli, per un accordo che non vedeva coinvolto il governo di Serraj, ufficialmente riconosciuto da quello italiano. Per la verità Federpesca aveva tentato sin dal giugno 2018, ci ha spiegato il presidente Giannini, di giungere a un’intesa simile, che fosse valida anche per le acque della Tripolitania, ma senza successo. Le reazioni non si sono fatte attendere e il ministero degli Esteri del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli ha invitato Roma, sul suo profilo Facebook ufficiale, ad “impedire a Federpesca di trattare con organismi illegali nella regione orientale della Libia”, affermando che “il pagamento di 100mila euro al mese alla LIA rappresenta un finanziamento agli organismi illegali che sostengono la continua aggressione contro la capitale Tripoli”. Federpesca, da parte sua, in un comunicato ufficiale, ha considerato “l’insorgere di molteplici e diverse sensibilità che avrebbero potuto compromettere il buon esito dell’iniziativa. Da un lato una inaspettata evoluzione del contesto, dall’altro una distorta e capziosa lettura dell’unica iniziativa civile posta in essere in una realtà così travagliata”, optando infine per “rinviare l’operatività dell’accordo”.Tutto questo mentre la situazione resta difficile e il presidente del Consiglio Conte ha speso, nel suo discorso programmatico, appena qualche generica frase in merito allo scenario libico (come se esso non fosse tra i più strategici per l’Italia). Altri paesi, invece, si mostrano assai più attenti, a cominciare dagli americani, che attraverso il Guidry group investiranno un miliardo di dollari nel porto di Susah, sempre in Cirenaica. I lavori cominceranno tra un mese, alla faccia del governo ufficialmente riconosciuto, per rispetto del quale noi facciamo marcia indietro, impedendo ai nostri pescatori di guadagnare qualche decina di migliaia di euro in più, ottenuta attraverso “diplomazie private”, frutto del solito tentativo dei nostri imprenditori di arrangiarsi, quando quelle “ufficiali” latitano.