Probiotici, tra integratori e alimenti il mercato è gigantesco: ma sono veramente utili?

in Salute


Il mercato dei probiotici italiano è il più importante in Europa. Da giugno 2018 a maggio 2019 le vendite di questi prodotti in farmacia hanno generato un valore pari a 500 milioni di euro. I probiotici, indicati spesso come ‘fermenti lattici’, sono venduti in farmacia come integratori o farmaci da banco, per i quali non è necessaria la prescrizione; i 500 milioni di euro tengono conto di entrambe le tipologie, e gli integratori rappresentano circa il 74%. Spesso il medico li consiglia dopo una terapia a base di antibiotici, per ripristinare la flora batterica intestinale. Nell’anno appena trascorso, i preparati a base di probiotici hanno determinato il 45,5% delle prescrizioni/consigli dei pediatri e il 28,8% di quelle dei medici generici.

È un mercato enorme, che fra l’altro pesa completamente sui pazienti/consumatori perché se per un antibiotico, prescritto dal medico, non paghiamo niente o quasi, i probiotici invece, come tutti gli integratori, si pagano a caro prezzo. È naturale quindi chiedersi che cosa sono e se sono veramente utili.


Sono definiti dall’Oms, come “microrganismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”. La definizione è piuttosto vaga, in quanto non fa riferimento a effetti specifici; questi microrganismi però devono essere vivi al momento del consumo e presenti in numero pari ad almeno un miliardo per grammo, devono passare indenni attraverso i processi digestivi e raggiungere l’intestino per esercitare effetti positivi sulla flora batterica (o microbiota) intestinale. Oltre che sotto forma di farmaci e integratori, possiamo trovare probiotici in alcuni alimenti: yogurt e kefir contengono naturalmente microrganismi utili per la salute, mentre in prodotti come ad esempio quelli della linea Activia Danone oppure il latte fermentato Yakult sono aggiunti ceppi di probiotici specifici.

Favorisce l’equilibrio della flora batterica intestinale” è l’unica indicazione riferita alla salute che possiamo trovare su questi prodotti, secondo il parere dell’Efsa. Non sono invece ammessi riferimenti a eventuali effetti positivi sul sistema immunitario o per la prevenzione di allergie, perché tali effetti non sono dimostrati.

Abbiamo chiesto un parere a Enzo Spisni, nutrizionista dell’Università di Bologna “I microganismi presenti nei normali yogurt – spiega Spisni – non riescono a raggiungere vivi l’intestino. Quando si aggiungono ceppi di probiotici specifici, in quantità adeguata, questi possono raggiungere l’intestino, ma la loro sopravvivenza rimane di breve durata e non è possibile una colonizzazione  permanente. Gli effetti benefici – dimostrati – di yogurt, kefir e altri prodotti fermentati, sono dovuti al processo di fermentazione, che produce sostanze utili per la salute, già disponibili nel vasetto. Ceppi di probiotici specifici possono influenzare positivamente la flora batterica intestinale, ma l’efficacia dipende sia dalle caratteristiche dei microrganismi che dall’ospite, inoltre devono essere assunti in modo prolungato. Fonti importanti di probiotici sono anche frutta e verdura, naturalmente ricche di microrganismi utili, a patto che non siano trattate con agenti chimici in superficie e non siano state conservate per mesi in una cella frigorifera. La frutta biologica in particolare è accompagnata da popolazioni probiotiche interessanti (ne abbiamo parlato qui)”.

“Per quanto riguarda le preparazioni vendute in farmacia – continua Spisni – alcuni farmaci a base di probiotici si sono dimostrati utili, sotto controllo medico, per il trattamento di specifiche patologie. L’effetto positivo sul microbiota dei preparati a base di fermenti lattici, consigliati dal medico dopo una terapia con antibiotici, non è invece così certo. Anzi, secondo una ricerca recente, in pazienti con flora batterica alterata da una terapia antibiotica, che assumono fermenti lattici, il microbiota normale si ripristina più lentamente di quanto accade nei pazienti che non assumono questi preparati.”

Il microbiota intestinale svolge diversi ruoli fondamentali: è coinvolto nella digestione di composti che non sono demoliti dagli enzimi digestivi, produce vitamine e altre sostanze attive, regola la permeabilità della barriera intestinale e quindi il modo in cui sono assorbite sia le sostanze utili che quelle dannose. Un microbiota sano contrasta l’attività dei batteri patogeni e favorisce il corretto svolgimento delle reazioni immunitarie. Alterazioni del microbiota possono essere correlate con la comparsa di malattie infiammatorie intestinali, obesità, diabete di tipo 2 e disturbi cardio-vascolari, patologie non trasmissibili particolarmente diffuse nei Paesi più sviluppati. 

Negli ultimi 20 anni gli studi su questi aspetti si sono moltiplicati, fino a scoprire relazioni della flora batterica prima non sospettate, come quella con malattie autoimmuni (per esempio artrite reumatoide e sclerosi multipla) o con il morbo di Parkinson. Si è visto che la composizione del microbiota è influenzata da caratteristiche genetiche, ma ancor di più dall’alimentazione e dallo stile di vita e si modifica abbastanza rapidamente in seguito a cambiamenti dell’alimentazione.

La dieta, insomma, influenza il microbiota e in questo modo condiziona sia la permeabilità intestinale sia i meccanismi immunitari e la fisiologia dell’intestino. È quindi importante capire quali effetti specifici hanno sul microbiota i diversi componenti della dieta. “Le infiammazioni intestinali – fa notare Spisni – sono più diffuse nei Paesi più ricchi. Gli aspetti della dieta occidentale che paiono essere maggiormente correlati ad alterazioni del microbiota e alla comparsa di infiammazioni intestinali sono tre: il passaggio da una dieta a prevalenza vegetale a una basata su alimenti di origine animale, la presenza di xenobiotici, cioè sostanze estranee, che non entrano nelle normali vie metaboliche, e l’aumento complessivo  di apporto calorico, soprattutto da zuccheri, carboidrati raffinati, proteine animali e alimenti ultra-processati.” (leggi qui)

Ricerche recenti indicano che il microbiota può essere alterato da numerose sostanze, fra cui pesticidi e metalli pesanti, ma questo accade anche con diversi additivi alimentari, che entrano nella normale composizione degli alimenti industriali, come alcuni emulsionantidolcificanti artificiali e maltodestrine. Anche le diete iperproteiche che vanno per la maggiore, pur consentendo di ridurre il peso, possono avere effetti negativi sulla flora batterica intestinale.

“Conoscere e modulare la composizione del microbiota è estremamente complesso – sottolinea il nutrizionista – ci sono però alcune linee guida su cui il mondo scientifico concorda. Gli alimenti ricchi di fibra solubile (detti anche “prebiotici”), come frutta e verdura con una polpa “morbida”, favoriscono i processi fermentativi svolti dal microbiota e la produzione di sostanze ad azione protettiva nell’intestino. Al contrario, gli alimenti di origine animale favoriscono il metabolismo putrefattivo e l’infiammazione intestinale. Le sostanze estranee (come i pesticidi) hanno effetti negativi sul microbiota. Le spezie ad alto tenore di oli essenziali, invece, come rosmarino, basilico, salvia e zenzero, modulano in modo positivo la flora batterica intestinale.”

“In generale, quindi – conclude Spisni – piuttosto che tentare di modificare la flora batterica assumendo alimenti o integratori contenti probiotici, è utile creare l’ambiente adatto allo sviluppo di un microbiota “sano”: evitare gli alimenti ultra-processati, perché ricchi di additivi che favoriscono l’infiammazione e preferire ingredienti grezzi, possibilmente biologici. Poi scegliere prevalentemente alimenti di origine vegetale, in accordo con la dieta mediterranea, e prendersi un po’ di tempo per cucinare, utilizzando anche le spezie della nostra tradizione”.ilfatto alimentare