Fentanyl, la droga che da ultimo ha ucciso lo chef, si vende anche in Italia Perché è così letale?

in Esteri/Italia/Salute

Dopo che ieri, martedì 27 agosto, è stato svelato che ad uccidere lo chef Andrea Zamperoni a New York è stata una potentissima droga, il Fentanyl, emerge che questo tipo di oppioide, che ha ucciso anche star della musica come Prince, si vende pure in Italia come in altri Paesi del mondo. La notizia compare anche su alcuni quotidiani italiani.

Se negli USA il Fentanyl ha ucciso 200mila persone dal 2014 e 60mila giovani negli ultimi due anni, venendo dichiarata dal presidente Trump “emergenza nazionale” nel 2018, tanto che poliziotti, pompieri e paramedici portano sempre con sé il rialoxone, il farmaco usato come primo intervento, una nostra studiosa, Simona Pichini, prima ricercatrice all’Istituto Superiore di Sanità, esperta di nuove droghe, ha spiegato che «il Fetanyl e le sostanze illegali simili sono fra 100 e 1000 volte più potenti dell’eroina», il che è tutto dire. «La dose letale è di pochi microgrammi: un granello. Basta toccarlo o inalarlo per caso», aggiunge la Dottoressa Pichini. Per questo motivo, durante i sequestri, servono obbligatoriamente tute ermetiche e maschere.

Nonostante la pericolosità dello stupefacente, però, nell’ultima relazione del Dipartimento antidroga italiano quasi non se ne parla e gli stessi sequestri sono pochissimi. La Dottoressa Pichini spiega che non si sa ancora quanto sia grave il pericolo Fentanyl in Italia, perché «identificare queste sostanze è complicato. Solo ora stiamo imparando». Qui, tra 2016 e 2017,  è salito del 9,7% il numero dei decessi per overdose, dopo che per 15 anni si era registrato un calo. Tuttavia «non siamo sicuri che c’entri il Fentanyl – dice ancora l’esperta – Servirebbero analisi tossicologiche costose, che solo pochi laboratori sanno fare. Difficile che siano disposte per un’overdose». «I derivati del Fentanyl – prosegue – sono ben più di 50. Come per il doping, ne arrivano sempre di nuovi. Per dare un nome a una sostanza abbiamo bisogno di un campione: “lo standard”. Ottenerlo richiede autorizzazioni a non finire e ditte specializzate che ce lo inviino dall’estero. Ci mettiamo un anno».

Per ora nei laboratori nazionali ci sono 22 “standard”, 22 campioni chimicamente simili che permettono di riconoscere altrettanti derivati del Fentanyl. «Sono assai meno della metà delle sostanze in circolazione» spiega il tossicologo dell’università di Pavia Luca Morini. «Sospettiamo che venga spacciato al posto dell’eroina o venga usato per tagliarla. Ha un prezzo concorrenziale» afferma Marica Orioli, direttrice del laboratorio di tossicologia forense al Dipartimento di scienze biomediche dell’università di Milano. «Chi lo ha usato racconta che “sale rapido” ed è piacevole. Ma fra i campioni del boschetto di Rogoredo non siamo mai riusciti a identificarlo».

La cosiddetta “vittima zero” nel nostro Paese è stata individuata solo perché i medici hanno insistito. «Era un 39enne di Milano. Aveva comprato droga sul web» spiega Orioli, che ha condotto “l’indagine”. Quella da Fentanyl «sembrava una normale overdose: siringa, accendino, buchi nel braccio. Ma nel corpo non c’era traccia di eroina. Ci siamo incaponiti e – in un anno e mezzo, ndr – abbiamo trovato un analogo del Fentanyl». La morte del giovane che l’aveva assunto, è avvenuta nell’aprile 2017 e la fine delle analisi risale al settembre 2018. La seconda vittima italiana è stato un 59enne di Varese, deceduto sempre l’anno scorso. «Aveva accanto a sé resti di polvere» spiega Morini, che ha co-condotto i test. «I Carabinieri si sono accorti che era un analogo del Fentanyl. Noi per avere lo standard abbiamo impiegato quasi un anno. I test, dopo, richiedono solo 2-3 settimane», spiega.

A rendere ancora più inquietante l’esistenza del Fentanyl, è che venga usato nelle farmacie (dagli Anni Sessanta) come anestetico e antidolorifico (per questo lo usava il celeberrimo cantante di “Purple Rain”). Si parla  di “prescrizioni facili”, con 11 milioni di persone negli Usa che lo assumono e addirittura con il 5% dei bambini che nasce in astinenza. Logico che poi questo tipo di droga sia finito nelle strade. E’ proprio a causa della vendita del Fentanyl che ieri la Johnson & Johnson, storica azienda americana produttrice di oppioidi, è stata condannata da un tribunale dell’Oklahoma a pagare 572 milioni di risarcimento per aver sottovalutato le conseguenze e portato avanti un’aggressiva pubblicità del prodotto letale. Uno degli avvocati dell’accusa è stato personalmente coinvolto nel processo: aveva perso il figlio proprio perché il ragazzo aveva assunto l’oppioide. Attualmente sono duemila le cause in corso negli Usa per casi simili. Eppure la pena per la casa farmaceutica non è stata severa quanto ci sia spettasse: il business può continuare.

Alessandra Boga

info@almaghrebiya.it

Sono nata a Magenta (MI) il 26/08/1980 e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione (2004) con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su molti giornali online ed alcuni cartacei.

Ultime da Esteri

Vai a Inizio pagina