FaceApp e i russi: l’applicazione che invecchia i volti e i rischi sulla privacy

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L’ultima, subdola invenzione di hacker russi telecomandati dal Cremlino per carpire dati dei cittadini dei Paesi occidentali e, magari, manipolare l’immagine dei loro volti con qualche obiettivo di destabilizzazione politica? Facce da associare, un domani, a movimenti di protesta costruiti a tavolino per seminare malcontento e caos? Se lo sono chiesto in molti nei giorni scorsi, in Europa e negli Stati Uniti (dove la stampa conservatrice ha lanciato l’allarme, mentre il senatore democratico Chuck Schumer ha invitato l’FBI a indagare) quando un’applicazione attiva da un paio d’anni, #faceappchallenge, è diventata improvvisamente popolarissima grazie a nuovi filtri che consentono di invecchiare o ringiovanire la nostra immagine.Come eravamo lo sappiamo già — basta andare a cercare le vecchie foto — ma la possibilità di vedere come sarà il nostro volto fra 20 o 30 anni ha spinto ben 80 milioni di utenti di Internet a scaricare l’applicazione: si invecchia, si diventa calvi o pieni di rughe, si scambiano immagini con amici e parenti, si sghignazza. Un gioco apparentemente innocente che può costare caro? Un altro cavallo di Troia piazzato in mezzo alla piazza di Internet? No: dalle prime verifiche è emerso che WirelessLab, la società che ha creato l’app, è, sì, russa e basata a San Pietroburgo, la città che ospita la centrale degli hacker del Cremlino, ma ha una storia molto diversa: ha solo quattro dipendenti, non entra nell’archivio dati degli utenti, tiene nei suoi file solo le immagini che vengono distorte usando FaceApp. I dati relativi sono depositati in server AWS di proprietà di Amazon e fisicamente basati negli Stati Uniti.Tutto ciò non significa che si può giocare a cuor leggero con le nostre immagini e i dati: chi è andato a indagare si è insospettito leggendo i termini di servizio di WirelessLab. Quando si mettono delle foto su FaceApp si concede alla società una licenza a usare quelle immagini a qualunque fine in modo «perpetuo, irrevocabile, planetario, senza obbligo di pagare alcuna royalty». E non c’è la possibilità di opporsi sul piano giudiziario qualora il loro impiego si riveli scorretto o dannoso. Vincoli micidiali, ma a ben vedere anche le società della Silicon Valley che si considerano impegnate a fare il bene dell’umanità impongono quasi sempre termini di servizio altrettanto rigidi.

Insomma: non fatevi prendere dal panico se avete chiesto a FaceApp di scolpire sul vostro volto rughe profonde, ma andate con i piedi di piombo ogni volta che vi viene offerto un servizio digitale gratuito: chiedetevi se il gioco vale la candela, visto che c’è sempre un prezzo da pagare. Mai dimenticare il caso di Cambridge Analytica che nel 2016, facendo circolare un questionario giocoso, carpì i dati personali di 80 milioni di americani grazie ai quali costruì una campagna politica mirata a favore di Donald Trump. Purtroppo essere più vigilanti non basta: spesso i nostri dati personali vengono trafugati dagli hacker direttamente nei server di banche e società informatiche che tendono ad avvertire gli utenti dei loro archivi svaligiati in ritardo e minimizzando l’accaduto.

Qualche settimana fa Microsoft ha fatto sapere, sommessamente, che i suoi archivi sono stati attaccati da hacker al servizio di un governo straniero avversario degli Usa che hanno rubato i dati di 100 mila utenti, tra i quali molte imprese, associazioni e organizzazioni politiche: sono qui i veri rischi di destabilizzazione, anche se di questo caso si è parlato pochissimo. E ci sono anche casi in cui istituzioni «al di sopra di ogni sospetto» come le università pubbliche, approfittano della mancanza di regole per appropriarsi dei dati degli utenti a loro insaputa: lo ha fatto, ad esempio, la University of Colorado quando, per i suoi studi sul riconoscimento facciale, ha usato le immagini di 1700 studenti riprese e archiviate a loro insaputa nel 2012.ampproject.

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