Moschea di Roma, bilanci oscuri e rischio di commissariamento Il Presidente Chaouki contestato per il suo viaggio in Libia e mostre pro-immigrazione.

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La Grande Moschea di Roma è in grave crisi. A dirlo è un’inchiesta pubblicata da Ofcs.Report (La percezione della sicurezza), che parla di “bilanci non presentati, veleni interni, lotte di potere, assemblee dei soci non convocate, un edificio che versa in condizioni di trascuratezza, un presidente contestato e il rischio commissariamento da parte del Viminale”. Tutto ciò nonostante un progetto di risanamento dal titolo promettente: “Centro islamico culturale d’Italia – Piano strategico 2017-2021”.

Uno degli obbiettivi, era la gestione trasparente dei bilanci, allo scopo di “potenziare la cooperazione, interazione e l’integrazione con l’Italia e tutti gli italiani, di incoraggiare il rispetto della Costituzione italiana, delle leggi e principi di libertà, modernità, pluralismo, della cultura e del patrimonio in applicazione del principio che un buon musulmano é per definizione un buon cittadino”. Tuttavia ciò non è evidentemente avvenuto, in quella che è ricordata per essere la più grande moschea d’Europa (sostenuta dal Partito Democratico): nel 2018 non è stato presentato alcun bilancio, mentre di quello del 2019 non si sa nulla. Invece è noto che nel 2014 fossero arrivati finanziamenti dall’Arabia Saudita (nella quale vige l’islam wahhabita) e dagli Emirati Arabi Uniti.


Inoltre era prevista la formazione degli imam (in senso “moderato”) e un controllo delle attività svolte nel centro culturale nell’ottica dell’integrazione. Per quanto riguarda queste ultime, alla moschea si è tenuta per esempio una mostra d’arte contemporanea internazionale intitolata “Mater Mediterranea” (13- 30 giugno), durante la quale è stata esposta una statua della Madonna con addosso una coperta isotermica gialla usata per soccorrere i migranti e un giubbotto di salvataggio. Il chiaro messaggio era pro immigrazione, come se moschea e centro culturale islamico fossero una ONG. In più, l’evento era patrocinato tra l’altro dalla Regione Lazio e dal Mibac, il ministero per i Beni e le attività culturali: lo si leggeva sulla locandina.

Vogliamo continuare? Nella Grande Moschea di Roma sono stati anche riscontrati problemi di sicurezza dal punto di vista edilizio: alcune parti non sono state restaurate come avrebbero dovuto.

Quando il progetto è stato lanciato (il ministro dell’Interno era Marco Minniti), c’era già allora il rischio di commissariamento, ma parallelamente lo Stato continuava a cercare un’intesa con l’ “islam italiano”. Ad ottobre 2017 è stato nominato come presidente della Grande Moschea il giovane parlamentare piddino emiliano di origini marocchine Khalid Chaouki, che si riteneva avrebbe garantito equilibrio tra musulmani e italiani. Ma Chaouki era già stato oggetto di contestazioni: più recentemente diversi musulmani egiziani che frequentano la moschea, gli hanno rimproverato un viaggio Libia con una delegazione per incontrare il presidente al-Sarraj, legato alla Fratellanza Musulmana e sostenuto dalla comunità internazionale ma non da loro, che al contrario sostengono il laico Generale Haftar. Essi avrebbero quindi voluto che Chaouki fosse esautorato, ma non è avvenuto nulla di tutto questo. Controversa anche la figura del segretario generale Abdellah Redouane, che mantiene lo stesso incarico da oltre dieci anni (qualcuno lo chiama “Faraone”).

Risulta che ora la Grande Moschea e il centro islamico di Roma siano finanziati e gestiti proprio da marocchini, i quali sostengono che il Marocco ne sia soddisfatto, perché così può imporre la sua idea di islam (di per sé moderata e tollerante). La comunità marocchina lavorerebbe per prendere il sopravvento sulle altre sul territorio nazionale dal 2011, per controllare moschee, i loro finanziamenti e anche i vari personaggi “sospetti” di estremismo che le frequentano.

Alessandra Boga

info@almaghrebiya.it


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