Arcivescovo di Kirkuk, orfani dell’Isis: “Emergenza che grava sul futuro dell’Iraq” Si parla di 1.500 minori, 185 condannati a pene detentive, dove subiscono torture e violenze.

in Esteri

Spesso in questi anni abbiamo visto filmati e avuto notizie di minori, anche bambini, coinvolti nelle atrocità dello Stato Islamico perché ne facevano parte i loro genitori, che magari poi sono stati uccisi. Bambini “nati e cresciuti nel Califfato”, spiega Asia News in un articolo che li riguarda. Oggi quelli che vengono definiti “orfani dell’Isis (o Daesh)” costituiscono “una grande emergenza”, sottolinea (anche) l’Arcivescovo di Kirkuk mons. Yousif Thoma Mirkis: un’emergenza per cui serve una risposta “globale, non solo locale” da parte del governo di Baghdad, perché quello che ha fatto finora rischia di essere “insufficiente”. Mons. Mirkis ha partecipato di recente ad un seminario Unicef sull’argomento (che, sebbene non sia necessario ricordarlo, riguarda non solo l’Iraq ma anche la Siria) e sottolinea che tale questione debba essere affrontata “a livello economico” dalla comunità internazionale, ma ovviamente pure con “altre risposte, come l’educazione e la scolarizzazione”.

Attivisti e organizzazioni non governative umanitarie riferiscono che ci sono oltre 1.500 minori che o si trovano in carcere con le loro madri che hanno compiuto azioni terroristiche per l’Isis (e magari indossano il niqab, il velo integrale) o plagiati essi stessi dalla propaganda jihadista. Inoltre almeno sette minori sarebbero morti a causa delle pessime condizioni in cui venivano tenuti dietro le sbarre.


Ancora, centinaia sono sotto processo per reati come il traffico di immigrazione illegale o appunto l’aver combattuto accanto ai terroristi dell’Isis. Fonti ufficiali parlano di bambini e ragazzi tra i 9 e i 18 anni condannati da pochi mesi e 15 anni di carcere (il massimo della pena in questi casi) a Baghdad. Dietro le sbarre subiscono torture e violenze dai secondini e dagli altri detenuti, anche senza che questi sappiano che cosa i minori abbiano realmente fatto per sostenere l’Isis.

Non solo: a migliaia vivono fuori dal carcere ma per strada, in città come Mosul, arrangiandosi come possono per sopravvivere. In tale condizione di abbandono, è facile che vengano sfruttati da delinquenti locali, magari riuniti in bande, per denaro. Lo afferma anche la sociologa irachena Fatima Khalaf, sottolineando a maggior ragione la necessità dell’obbligo scolastico.

Concorda certamente l’arcivescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shemon Warduni, il quale ha di recente sottolineato che ovviamente bambini “rappresentano il futuro dell’Iraq”.

Ma “La verità”, spiega ancora l’arcivescovo di Kirkuk, è che “queste persone sono ancora legate al tempo di Daesh … e persino il governo ha paura ad avere a che fare con loro”.

Mons. Yousif illustra la drammatica situazione anche in termini di poligamia dei terroristi (i quali arrivano ad avere 10 mogli come in epoca pre-islamica) e di demografia. Secondo alcune fonti, nelle terre del Califfato sono nate 3 milioni di persone, e ovviamente moltissime hanno subito il lavaggio del cervello da parte degli uomini di al – Baghdadi.

A questa moltitudine di bambini e giovani, spiega ancora il religioso, né le istituzioni e ong umanitarie “seppur partendo da punti di vista diversi” sono riuscite a “fornire una risposta”. In particolare, l’esecutivo “guarda alla questione da un punto di vista politico”, usando una legge sul terrorismo, la numero 4, “molto dura che prevede sino alla pena di morte. Questa norma – ha detto ancora Yousif – ha causato molte altre vedove e orfani. Il governo non si prende cura di loro e chiede alle ong umanitarie di farsene carico”. Si fa a scarica barile.

Dall’emergenza, non può chiamarsi fuori la comunità internazionale, come abbiamo già detto, soprattutto perché “Molti di questi minori – spiega il monsignore – sono nati da combattenti provenienti da Francia, Germania, Belgio o Gran Bretagna e appartengono a questi Paesi. I loro governi devono farsene carico, aiutare l’Iraq e la Siria. Questo è un problema globale, da qui la necessità che tutti collaborino a livello economico, ma soprattutto culturale”.

La Chiesa caldea ha offerto agli “orfani dell’Isis” generi di prima necessità e lo stesso arcivescovo di Kirkuk ha chiesto alla gente comune di aiutare quelli che vivono con i parenti loro rimasti in un campo profughi vicino alla città capitale dell’omonimo governatorato. Tuttavia sono poche le risorse a disposizione e le possibilità di contattare questi bambini.

Ormai il problema militare Daesh non esiste forse più, conclude l’arcivescovo, “ma la mentalità resta. Questa è la punta dell’iceberg, cui si aggiungono problemi economici, politici, sociali”.

Alessandra Boga

info@almaghrebiya.it


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