La bella carriera di Armando Siri "La Flat Tax è la mia ossessione" L'intervista di Luca Telese all'uomo della Lega indagato per corruzione ed al centro di mille polemiche

in Le Brevi/Politica

Sottosegretario Siri, adesso che la sagra del Def di primavera è finita ci può dire che cosa accadrà, veramente, sulla Flat tax?

È molto semplice: si farà.

Però la maggior parte degli osservatori economici hanno scritto: è un bluff.

Quando tutte le carte saranno sul tavolo capiranno che non lo è.

Dicono: «La Flat tax è entrata nel Def, ma non si può realizzare perché costa troppo».

È assolutamente falso.

E molti hanno aggiunto: la Lega ha ottenuto una vittoria «di bandiera», ma tanto non ci sono le risorse.

Noi della Lega non facciamo mai «campagne di immagine». La Flat tax era e rimane il nostro obiettivo reale.

Ma da realizzare quando, scusi?

Con la prossima Legge di stabilità. Altrimenti non avremmo dato battaglia per metterla nel Def.

Ma se voi stessi avete calcolato che il costo della misura è di 15 miliardi!

Sì, perché abbiamo immaginato un «primo passo» in cui si inserisce questo beneficio per le famiglie fino a 50 mila euro di reddito. È un obiettivo possibile.

Però la domanda è ineludibile: siamo in recessione, ci sono già 20 miliardi di clausole di salvaguardia da disattivare, e voi volete aggiungere una nuova spesa? 

Per capire il nostro ragionamento bisogna ribaltare il modo di affrontare il problema. Ha presente l’aspirina?

Cosa c’entra?

Mi segua. Se noi dicessimo a chiunque che un malato di polmonite va curato con l’aspirina perché l’antibiotico è troppo caro verremmo guardati come dei matti, giusto?

Non c’è dubbio.

Ecco il punto logico: perché l’antibiotico viene giustamente riconosciuto come elemento di cura e non come una spesa voluttuaria.

Mi sta dicendo che lei considera la Flat tax come una cura per i bilanci?

Se mi passa la provocazione, sì. La «tassa piatta», infatti, viene discussa dagli economisti mainstream, solo come elemento di costo e non come strumento di crescita.

Però in Europa nessuno l’ha ancora introdotta.

Quale Europa? L’Irlanda è in Europa. E io le faccio l’esempio dell’Ungheria che è in Europa, perché i confini non possono stringersi e allargarsi a seconda delle tesi, stretti quando si tratta di decidere il rigore, e larghissimi solo quando si tratta di pagare.

E cosa è accaduto in Ungheria?

Hanno introdotto la Flat tax per la prima volta nel 2011, al 16 per cento. È stata un successo.

Ha guarito la polmonite?

Sì, al punto che hanno aumentato i dosaggi. Nel 2017 l’hanno ridotta ulteriormente, al 15 per cento.

E il sistema ha retto?

Mi dica lei cosa pensa di questi dati. Le entrate solo aumentate del 50 per cento e la crescita dell’economia ha prodotto 800 mila posti di lavoro in più. Le pare poco?

Però gli osservatori e le opposizioni hanno loro dubbi anche per gli effetti della mini-Flat tax che avete sperimentato da quest’anno.

Guardi, che le opposizioni di Forza Italia e Pd prevedano un’apocalisse fiscale lo considero scontato. Fa parte della normale dialettica polemica tra maggioranza e opposizione.

E anche l’ordine dei commercialisti rientra in questa dialettica? Paventano il crollo delle fatture.

Ecco, qui le rispondo che noi crediamo l’esatto contrario. Dove abbassi la pressione e semplifichi la gente paga più volentieri, più facilmente e il gettito sale. Accadrà anche in questo caso.

Quindi aspettate i dati di giugno per poter somministrare l’antibiotico a ottobre?

Esatto. Il problema di una cura è quando si è troppo timidi nella terapia.

Traduca.

L’antibiotico si prende per sette giorni, altrimenti la malattia ti ritorna. Lo stesso deve accadere con la Flat tax:

se non vai fino in fondo rischi di non vedere gli effetti.

Per questo non volete aspettare? 

Nemmeno un minuto. Va fatta adesso e subito. Deve entrare nella nuova manovra. E non nonostante la crisi, ma proprio perché siamo in crisi.

Però lei dà per scontato che la mini-Flat tax abbia funzionato, e questi dati positivi ancora non ci sono, perché potranno arrivare solo dopo le dichiarazioni dei redditi.

Io giro l’Italia come una trottola. Mi hanno fermato per strada, a Frosinone, dicendomi che ci guadagnano fin da ora. Mi ha  parlato una ragazza, un ingegnere, dicendomi: «Sono una di quelle partite Iva a cui cambia la vita».

Una rondine non fa primavera?

Potrei citarle decine di segnali di questo tipo. Un milione e mezzo di italiani stanno già sperimentando il beneficio.

Non è un dato scientifico.

No, per carità. Ma chi sta sul territorio avverte un’onda positiva.

Nella cosmogonia della nuova Lega salviniana Armando Siri – al pari di Claudio Borghi – è uno dei più strenui sostenitori della Flat tax. Nel governo gialloverde occupa il posto di sottosegretario alle Infrastrutture, ed è una delle voci che più spesso ha duellato con i rappresentanti del M5s sui temi economici. Nella vita privata ha studiato canto, e anche i suoi acuti polemici, talvolta, sono da tenore.

Sottosegretario Siri, lei da dove arriva?

Dalla Liguria. Sono nato a Genova.

Figlio della classe dirigente e predestinato alla gloria?

Macché, una famiglia normalissima. Mia madre era una casalinga che ha fatto tanti lavori umilissimi, comprese le pulizie, per sbarcare il lunario.

E suo padre?

Di lui preferirei non parlare.

Addirittura?

(Silenzio). Diciamo che non è stato una figura presente nella mia vita. E non aggiungiamo altro, per cortesia.

Rispetto la sua scelta. Che diploma ha preso?

Una maturità tecnica, e poi mi sono iscritto all’università. Lavoravo e studiavo. Poi il lavoro ha prevalso quando è nata mia figlia.

Che tipo di lavori ha fatto?

Per un po’ di tempo sono stato impiegato in un’agenzia di viaggi. Però, fin da ragazzo avevo questo pallino: fare il giornalista.

E come inizia?

A vent’anni entrando a Radio Babboleo.

Una delle più importanti radio private in Italia.

Sì, ma inizio facendo piccole cose. Sono un factotum, finché, passo dopo passo, arrivo a condurre il Giornale radio.

Anche aiutato dal fatto di avere una bella voce?

Da che mi ricordi io, fin da bambino ho sempre cantato.

Appassionato d’opera?

Sì! Sono un tenore, e – per puro diletto – ho preso delle lezioni in una scuola di canto lirico. Ma questo è avvenuto a Milano, molti anni più tardi.

Lilli Gruber sostiene di averla sentita cantare a Otto e mezzo.

(Ride). Sì, ma solo dietro le quinte.

Non faccia il modesto.

(Divertito). Se vuole che esibisca un titolo, posso vantare una vittoria a Sanremo da Pecora.

Da Giorgio Lauro e da Gepi Cucciari?

Sì, ho interpretato Perdere l’amore di Massimo Ranieri e Avrai di Claudio Baglioni.

E l’amore per la politica, a quando risale?

Sono sempre stato intraprendente su questo terreno, e alle superiori sono diventato rappresentante di istituto.

Mentre a livello ideale lei era stato folgorato da Bettino Craxi.

Ero socialista. E ho preso la mia prima tessera della Federazione giovanile socialista italiana a 15 anni.

La generazione degli anni Ottanta, l’ultima prima di Mani pulite.

Il segretario nazionale, mio grande amico, era Luca Iosi, oggi è un creativo e brillante dirigente della Tim.

E cosa produsse questo innamoramento per il Garofano?

Proprio lui, Bettino. Mi piaceva Craxi.

Lo ha conosciuto personalmente?

Nel 1990: avevo 19 anni. Con lui sono stato sempre in contatto. Era una persona con forte carisma e contemporaneamente un timido. Era generoso e con una grande umanità, mi ha trasmesso una visione entusiastica del mondo e dell’Italia.

E cosa la sedusse di lui?

Era un politico determinato, il portatore di una visione, appassionato dall’idea di poter fare delle riforme – già all’epoca indispensabili – in questo Paese.

Però Craxi era la bestia nera di Bossi, e della Lega in cui milita oggi. Lo chiamava «Gambadilegno».

Perché la Lega era allora un partito concorrente. Ma per certi versi considero Bettino un precursore di tante cose che stiamo facendo noi.

Per esempio?

Il sovranismo.

Dice sul serio?

Craxi è il primo grande sovranista della storia politica italiana.

Sicuro?

Più sovranista di lui credo che non esista nessuno. Craxi era quello che difendeva le aziende di Stato dalla concorrenza degli altri Paesi europei.

E in politica?

Basti pensare alla difesa dell’identità nazionale a Sigonella. Anche in Europa è stato il teorico di una grande Italia che doveva avere il suo posto tra i Paesi fondatori.

Torniamo alla sua storia.

Dopo Radio Babboleo ho collaborato con diverse tv private. La prima che mi viene in mente, Telecity.

Diventa pubblicista a Telegenova?

No, con la radio. A Telegenova Conducevo una trasmissione di opinioni.

Gemella della coeva Sgarbi quotidiani.

Magari! Non esageriamo. Faccio il polemista, l’autore, il conduttore. Poi grazie ad alcuni amici ho avuto una grande possibilità. Un colloquio a Mediaset.

Con chi?

Il mio primo esaminatore, che poi è diventato il mio primo direttore, è stato Paolo Liguori.

E supera l’esame?

Sì. Vengo assunto a Studio Aperto, dove lavoro con lo stesso Liguori e con Peppino Sottile. È stata una grande palestra per me.

Poi?

Passo a Mediavideo. Una sorta di start-up digitale dell’azienda.

E nel tg di cosa si occupava?

Di tutto. Dallo spettacolo – Verissimo – alla guerra in Bosnia.

I primi soldi della vita?

Sì, prendo un appartamentino a Milano in Porta Vittoria. Pagavo 900 mila lire di affitto, guadagnavo più di 2 milioni di lire. Mi sentivo ricco.

E la passione per l’economia?

Quella c’è sempre stata. La considero la disciplina primaria.

Ha ancora idee socialiste in questo campo? 

Non ho cambiato di molto la mia opinione, rispetto agli anni Novanta, ma è cambiato il mondo.

Provi a riassumere.

Il privato deve fare profitto, lo Stato invece ha il compito di occuparsi della coesione sociale. È la cosa più semplice di questo mondo, ma in questi anni è diventata un’idea controcorrente.

Lei considera una catastrofe quello che accade dopo Mani pulite. 

In economia senza dubbio: le ex aziende dell’Iri vengono distrutte, smembrate, comprate a prezzo di liquidazione.

Era inevitabile?

No, è stata una iattura. Si criticavano le vecchie Partecipazioni statali, ma poi si vendevano le aziende  mantenendo i costi sociali

a carico del pubblico.

Un costo enorme per la collettività.

Avremmo fatto cento manovre e duecento Flat tax con il soldi spesi per gli ammortizzatori in tutti questi anni!

E oggi?

Chi governa ha risorse limitate. Immagini di entrare in una macchina in cui non c’è il volante per sterzare, o in cui non si può ingranare la retromarcia. L’Italia di oggi, vista dal governo, funziona così.

Esistono ancora le cosiddette «partecipate».

Sì, e ci tocca andare con il cappello in mano a chiedere sostegno per puntellare la coesione sociale a chi dirige le aziende dello Stato pensando che siano le proprie.

Quando nasce la sua curiosità per la Flat tax?

Quasi vent’anni fa. Ed è figlia di un mio pensiero ossessivo: trovare una soluzione alla crisi della crescita.

Da dove parte?

Comincio da Alvin Rabushka e Robert Hall e dal loro studio Flat tax.

E poi nasce un rapporto personale, da discepolo.

Ho scritto a Rabushka e l’ho invitato più volte in Italia. Abbiamo organizzato un primo convegno a Milano che mi ha cambiato la vita.

Poi ne sono venuti tanti altri.

Che tipo è?

È un settantenne […]

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Sono nato nel 1980, ho scritto per L'Occidentale, L'Opinione, altre testate e ho lavorato per la Commissione Affari esteri del nostro Parlamento. Collaboro con Almaghrebiya da un po' di tempo occupandomi principalmente di argomenti afferenti la politica estera, soprattutto mediorientale.

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