Spieghiamo cosa è l’Infibulazione

in Diritti umani

 

di Mariella Maioli

Oggi voglio parlarvi di una delle barbarie più brutali che subiscono certe donne L’INFIBULAZIONE o meglio circoncisione femminile, ma è una mutilazione terrificante.

Vengono asportate – con mezzi taglienti usati magari dieci volte prima, su dieci altre bambine, senza neanche sciacquare la lama – piccole labbra, clitoride e quasi la totalità delle grandi labbra.

Il pezzettino che resta serve ad aiutare a cucire la ferita. Si usano, nel deserto, le spine di una pianta, per sigillare il taglio fra le gambe. Viene lasciato solo un buco grande come una capocchia di fiammifero. Servirà per il passaggio delle urine e del flusso mestruale, se ce la fa a passare, e infatti spesso, se la donna è troppo cucita, ogni ciclo è l’inferno. Per due settimane le gambe della bimba vengono legate insieme per evitare che muovendole, si squarci la cucitura.

Molte bambine avranno danni neurologici dovuti al dolore provato. Molte muoiono di emorragia dopo la mutilazione. Molte di infezione. Molte ragazze di parto, perché il tessuto cicatriziale è rigido, e impedisce la nascita del feto.

Le bambine non corrono mai più come prima, perché il taglio si potrebbe riaprire. E il giorno delle nozze il marito taglierà di nuovo la cicatrice prima dell’amplesso, o durante.

In alcuni paesi come la Somalia, dopo ogni parto si reinfibula la puerpera, e poi ancora e ancora, dopo ogni figlio e prima del prossimo rapporto col marito.

 

Dunque a tre anni una donna con gli occhi opachi ti afferra le gambe, e mentre c’è solo dolore indescrivibile e sangue, e mentre svieni e ti risvegli, tua madre ti dice di fare la brava che così finisce prima. E alla fine, vedi dei pezzi di te per terra, a seccare al sole.

 

Si può scegliere invece il dolore della madre, che sa cosa sta per accadere alla figlia, e dolcemente ce l’accompagna, e la tiene ferma mentre la bambina grida più di quanto abbia mai fatto o farà, e intanto pensa a quell’altra sua bambina che è morta piccola, dissanguata dopo la mutilazione, o di quella grande che è morta di parto perché il bambino non riusciva a uscire e non è mai uscito. Lo fa perché altrimenti, se non fosse infibulata, sua figlia sarebbe una reietta della società.

 

Oppure si può scegliere il dolore di una qualunque donna di questo mondo che assiste a questa scena, un segno così esplicito di negazione e assoggettamento del femminile, da lasciare senza fiato. Siamo costrette ad accettare il fatto che questo accade in 30 paesi del mondo, quasi tutti africani (ma negli Usa negli ultimi anni le infibulazioni sono triplicate a causa dell’immigrazione) ma non solo tra i musulmani, per un totale di circa 200 milioni di donne infibulate. E 44 milioni di loro sono bambine e adolescenti fino a 14 anni.

 

Ma in Italia?

Tra 70mila e 80mila le donne in Italia che hanno subito la pratica disumana della mutilazione dei loro genitali. Per la precisione sono più di 50mila le donne già presenti in Italia infibulate o mutilate nei loro Paesi di provenienza, a cui bisogna aggiungere più di 20mila di neo-cittadine italiane vittime di questa pratica e di alcune migliaia di donne richiedenti asilo.

 

Questi sono i dati allarmanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’Unicef e del progetto “United to End Female Genital Mutilation” finanziato dall’Unione europea.

 

E possiamo dire inoltre che il numero è in crescita vista l’alto numero di immigrati presenti nel nostro Paese.

 

Cosa resta a queste donne del piacere sessuale, non si sa, e diventa un problema secondario, rispetto agli altri sopra citati. Un problema primario di cui occuparsi è invece cosa noi, donne preservate, sappiamo fare delle nostre fortune.