Rinuncia alla maternità. Punti deboli di un progetto di legge….

in Donna

di Anna Tiseo

E’ in discussione in Parlamento una proposta di legge (n. 1238 del 2018) presentata da un gruppo di deputati lo scorso ottobre che, titolata “disposizioni in materia di adozione del concepito”, si propone “di individuare le modalità più efficaci, sul piano delle scelte politiche, di prevenzione dell’aborto quale obiettivo prioritario delle scelte di sanità pubblica” oltre che di coniugare l’elevato numero di “concepiti indesiderati” ed il desiderio di coppie disponibili all’adozione nazionale.

Non mi soffermerò ad analizzare le ragioni di chi, per motivi religiosi o etici, aborrisce l’aborto, ritenendo che la nostra Legge 194/1978 sia da abrogare, di chi ritiene che anche un embrione non impiantato sia una vita da proteggere, e, al contrario, di chi considera la madre l’unica legittimata a scegliere per sé e per il suo corpo ed anche per il concepito non ancora nato. Non basterebbero duemila pagine, come dimostrano d’altronde i lavori delle varie commissioni bioetiche che si occupano di questo tema come di quello delle cellule staminali, della clonazione ecc… e comunque non si arriverebbe a stabilire la vittoria di una tesi sull’altra.

Ma non è questo che importa: in uno Stato democratico, come diceva Pertini, “io combatto la tua fede che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi, sino al prezzo della mia vita, perché tu possa sempre esprimere liberamente la tua opinione”; “io discuto con loro, polemizzo con loro ma loro sono sempre liberi di esprimere il proprio pensiero”. E da questo libero confronto dei pensieri, nella società così come in Parlamento, nascono le decisioni democratiche che noi tutti siamo tenuti a rispettare.

Ebbene, io ritengo, da cristiana cattolica quale sono, che la legge attualmente in vigore abbia rappresentato e rappresenti, in uno Stato Laico quale il nostro, non una sconfitta dei cattolici o all’opposto una vittoria femminista, ma una conquista giuridica nella misura in cui ha bilanciato il diritto alla salute ed all’autodeterminazione delle donne con l’esigenza di tutelare una vita in fieri, non dal primo istante del concepimento, ma comunque già dal terzo mese di vita gestazionale.

Ritengo anche che essa possa essere modificabile e perfettibile, come ogni norma, così come penso che un ordinamento giuridico moderno debba porsi il primario obiettivo di tutelare la salute psicofisica della donna, mettendo in campo tutti gli strumenti per risparmiare alla stessa da un lato di “subire” una gravidanza non cercata e non voluta e dall’altro un intervento così traumatico nel corpo e per la psiche, come l’aborto.

Orbene, la proposta di cui dicevamo si pone come primario obiettivo il contrasto all’aborto, tuttavia non sembra preoccuparsi tanto delle donne che si trovano ad affrontare una delle scelte più gravose e traumatizzanti, quanto piuttosto di far incontrare l’offerta di bambini non voluti con la domanda di bambini da parte di chi non ne può avere! Per quanto nobile possa essere l’idea di dare i bambini non voluti a coppie che tanto li desiderano, cosa che avviene già per tutti i bambini che vengono “legittimamente abbandonati” in ospedale, per un testo che parla di “uccisioni nascoste prodotte da pillole abortive”, facendo quasi pensare che si voglia con una legge riconoscere soggettività giuridica all’embrione sin dai primi giorni, appare quantomeno contraddittorio trattare nati come oggetti.

Certo la proposta sottolinea che tutto avverrà tramite tribunale dei minori e che quindi non ci sarà scambio di danaro, ma io prevedo comunque distorsioni e manipolazioni; anche perché non è chiaro se coppia adottiva e madre si conosceranno (la proposta dice solo che i genitori adottivi devono essere informati sui “fatti rilevanti” relativi ai genitori del neonato), probabilmente sì, visto che la coppia sarà scelta entro 500 km dal luogo di nascita; non per niente, invece, la legge sulle adozioni prevede che la coppia adottante e l’adottato non conoscano i genitori biologici.

Contemporaneamente trattare la donna come una semplice incubatrice appare alquanto in contraddizione con l’attuale normativa che vieta la gravidanza surrogata, così detto utero in affitto, anche quando questa avvenga senza scambio di danaro. Perché a questo punto non permettere, come è capitato, ad una sorella o ad una amica di portare avanti gratuitamente una gravidanza al posto della sorella e dell’amica? Le implicazioni e le problematiche sarebbero forse inferiori visto che in questo case il materiale biologico non è della partoriente. Eppure ci si pone il problema del se colei che porta in grembo un figlio non possa poi avanzare qualche pretesa nei confronti di un bambino che poi diverrebbe conteso. Tutto ciò potrebbe accadere a maggior ragione nell’adozione del concepito.

Nel progetto di legge, la stessa donna che ha partorito ha fino ad una settimana dopo il parto per decidere di revocare il proprio consenso alla dichiarazione dello stato di adottabilità di suo figlio. Forse non ci si rende conto della situazione psicologica e mentale di una donna che ha appena partorito. E poi? Se ritenesse di aver fatto una scelta sbagliata, se volesse ritornare sui suoi passi? Toglierebbe il bambino ai genitori ancora affidatari o perderebbe i diritti perché “indegna” per aver abbandonato suo figlio? Ed immaginiamoci le controversie giudiziarie che ne deriveranno.

Ed allora? Innanzitutto la stessa proposta afferma che gli aborti sono diminuiti in Italia negli ultimi anni e che, però, in percentuale sono aumentati quelli effettuati dalle minorenni, soprattutto fino a 15 anni. Probabilmente, quindi, la questione andrebbe innanzitutto affrontata sul piano preventivo, attuando in tutte le scuole, una seria e stabile educazione sessuale, oltre che misure di informazione sulla contraccezione soprattutto nei luoghi di aggregazione dei giovani; ma una vera informazione e formazione andrebbe indirizzata anche alle donne più adulte.

La proposta, poi, porta a sostegno dell’idea che in Italia la maggioranza delle persone sia contraria all’aborto, il fatto che l’obiezione di coscienza sia al 70%; ma esistono ben altri strumenti giuridici e democratici per dare valore alla volontà dei cittadini. Piuttosto lo Stato dovrebbe preoccuparsi di garantire l’assistenza a tutte le donne in tutte le strutture, mentre ci sono stati casi in cui le donne hanno dovuto spostarsi in cerca di un non obiettore.

Ma infine, e più importante di tutto, le donne andrebbero sostenute durante e dopo la gravidanza mentre in Italia siamo ancora lontani dalle misure a sostegno della maternità di altri paesi europei. Il congedo obbligatorio è di solo tre mesi dopo il parto dopodiché se le donne non vogliono una decurtazione del salario o dello stipendio devono tornare al lavoro, rinunciando, tra l’altro, ad allattare al seno (cosa che invece è consigliata e propagandata dal nostro Stato).

Come dice Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, ogni anno in Italia almeno 20mila donne si licenziano dopo aver avuto un figlio perché non riescono a conciliare vita familiare e lavorativa. Sono sempre le donne quelle che per lo più scelgono occupazioni a tempo parziale e che sono costrette ad interrompere continuamente la propria carriera, per dedicarsi alla cura dei familiari, benché la legge permetta anche ai padri di usufruire del congedo parentale, con conseguenze dirette sui salari e soprattutto sulle future pensioni, inferiori del 30% rispetto a quelle degli uomini. “La maternità viene vista ancora come un ostacolo all’ingresso e alla progressione dell’impegno professionale. È un fallimento del nostro sistema…”.

Sicuramente non è solo il lavoro e non sono solo le questioni economiche a spingere una donna a decidere di interrompere una gravidanza ma sicuramente in moltissimi casi la rinuncia alla maternità, in qualsiasi modo avvenga, come dice sempre la Furlan “va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità”. Ad esempio In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici.

Ed allora il Parlamento si rimbocchi le maniche in questo senso, e poi, se ancora ci saranno madri che ad un certo punto vorranno rinunciare alla potestà genitoriale sui propri figli, ben vengano le adozioni.