CAOS ALGERIA/ Il compito dell’Italia per evitare una nuova Libia

in Editoriale


di Souad Sbai

Quello algerino è un popolo che ha subìto una dittatura militare che per farsi accettare a livello internazionale agitava lo spauracchio del fondamentalismo islamista. “O noi o gli islamici”, è ciò che per oltre 20 anni gli è stato prospettato.


 

E così tutti, anche gli osservatori internazionali, pensando di scegliere il male minore, hanno chiuso gli occhi, facendo finta di non vedere i giornalisti uccisi, la repressione esercitata dai militari, il costo del latte e del pane moltiplicarsi a dismisura a causa di una situazione economica disastrosa. Una vita infernale in una terra paradossalmente ricca, ma in cui i suoi abitanti sono costretti a percorrere chilometri su chilometri verso il confine con il Marocco per poter comprare da mangiare.Oggi il nuovo spauracchio per rendere ancora accettabile il regime si chiama “guerra civile”, attraverso una lettura errata e forzata degli sviluppi in corso. In realtà, quella alla quale stiamo assistendo da oltre due settimane è una guerra tra il popolo algerino e chi lo governa. La protesta si infiamma contro la ricandidatura dell’ottantaduenne presidente socialista Abdelaziz Bouteflika e noi dobbiamo decidere chiaramente da che parte stare: se con il popolo o con il dittatore.

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