Velo: le ragazze musulmane che si ribellano

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La “questione del velo” per le ragazze e le donne (talvolta anche le bambine) musulmane sembra non destinata a chiudersi. Perché ci sono religiosi che dicono che portarlo sia un obbligo coranico e molti musulmani, uomini e persino donne, lo pensano, anche perché il Corano stesso raccomanda: “E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere una copertura (quella che comunemente viene detta hijab) fin sul petto e di non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri … E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare” (Sura XXIV “An-Nûr”, La Luce, vv. versetti 30 -31).

Però non dice espressamente che le donne debbano coprirsi i capelli, né tanto meno il viso: anzi, la maggior parte dei musulmani integralisti sostiene che queste debbano mostrare “soltanto il viso e le mani” (lasciando comunque intendere “anche i capelli”). Per quanto riguarda il termine “ornamenti” o “parti belle”, il termine arabo per definirle è “awra”, con il quale secondo le interpretazioni più aperte s’intende “le parti intime”, il seno, non certo i capelli. Inoltre il termine “hijab”, che è usato solo sette volte nel Corano, non definisce un velo da mettere sul corpo e sui capelli, bensì una “cortina”, una “separazione” tra le mogli di Maometto, le “Madri dei credenti”, e gli ospiti indiscreti che si attardavano a casa loro. Semmai, per indicare il velo, nel testo più sacro dell’islam ci sono termini come “jilbab”, che però significa genericamente “mantello”.

Insomma, la questione è complessa, ma ci sono moltissime ragazze e donne musulmane a cui il velo è imposto, anche a suon di botte, e che trovano il coraggio di ribellarsi dall’imposizione, che non arriva necessariamente soltanto da padri, fratelli e mariti, bensì anche da madri. Com’era stato una per 14enne originaria del Bangladesh e residente a Bologna che, nel dicembre del 2017, si era vista rasare i capelli a zero dalla mamma proprio perché si rifiutava di portare il velo.

Se ne parlò molto, anche nel programma “Gabbia Open” su La7. Un episodio analogo (tra i tanti), era avvenuto a Pavia, dove una 14enne di origine marocchina era stata frustata dal padre con la complicità del fratello; oppure ricordiamo il caso di una 15enne egiziana di Torino, tolta alla famiglia perché costretta ad indossare il velo e, come i familiari avrebbero voluto, a sposare uno sconosciuto maggiore dieci anni di lei (il velo è come sempre simbolo di altre imposizioni). Ancora, le amiche di una ragazzina kosovara di Siena hanno denunciato il padre di lei, perché la costringeva a coprirsi e capelli. Inoltre, sempre due anni, fa c’erano stati due casi in un giorno riguardanti una 15enne residente a Bassano del Grappa (Vicenza), che poi era stata portata in una comunità protetta, e una 28enne a Santa Anastasia (Napoli), la quale era stata picchiata, finendo in ospedale. Poi anche lei è stata messa al sicuro in una comunità, come le altre.

Nella stessa inchiesta de “La Gabbia Open” sono stati intervistati dei ragazzi, maschi (in particolare a Bassano del Grappa), e non tutti (benché avessero accento veneto e da tale punto di vista apparentemente integrati), ammettevano la libertà di scelta delle ragazze, perché non è che non indossare il velo faccia di loro delle poco di buono: c’era chi sosteneva che “Se una si toglie il velo, può togliersi il reggiseno in discoteca”, che nei Paesi arabi ti insegnino a vestirti “in modo ‘elegante, perché altrimenti è ovvio che poi venga stuprata”. Insomma, nonostante la sua giovane età, quando sosteneva che la colpa fosse anche della ragazza, della donna. C’era chi diceva: “Io posso essere contro il cristianesimo, un mio amico cristiano può essere contro l’islam”. Tutto dipende dalla religione: anche il punto di vista sull’obbligo di portare un pezzo di stoffa sulla testa, per evitare lo stupro. Specchio delle seconde generazioni di musulmani in Italia.

I giornalisti che vogliono denunciare la situazione, ascoltare pareri sul tema “velo”, non sono ben accetti nelle moschee e soprattutto non sono ben accetti registratori e telecamere. Però gli imam dicono chiaro e tondo che una donna deve indossare il velo, perché “islam” significa “sottomissione, agli ordini di Dio (Allah) e del Suo Profeta”, Maometto.

Molte donne incontrate per strada sono decisamente meno loquaci degli uomini: non vogliono parlare o comunque dicono “meglio di no”. Una dice che per l’islam una donna deve portare il velo, che è giusto, e che a sua figlia lo imporrebbe, ma poi chiede scusa, perché “ha da fare” e se ne va.

A Bassano del Grappa vive anche Amani, oggi 29enne, una ragazza di origine siriana, cresciuta in Italia e portata via dalla madre con l’inganno per costringerla, a 16 anni, a sposare un cugino che non conosceva. Una storia fortunatamente a lieto fine, grazie al coraggio di Amani, che racconta: “Rappresentavo la perversione, la ‘ragazzaccia’ che veniva dall’Occidente, che vestiva all’occidentale e che pensava alla maniera occidentale: per loro non andava bene. Ero (lei, persona, ndr), una forma di peccato che non potevano accettare”, perciò lei andava “rieducata”. Il futuro marito era un violento: “Tutte le volte che mi trovava da sola – racconta Amani – cercava di mettermi le mani addosso e mi picchiava: come se fosse normale. Si toglieva la corda che lega il ‘velo’ degli uomini nei Paesi arabi e me lo dava sulla schiena. Era un peccato, per la donna, il solo fatto di esistere”. Amani, che in Italia era abituata a girare in jeans e maglietta, è stata costretta ad indossare il velo, a mettere vestiti lunghi, uno sopra l’altro, per coprire le forme, altrimenti è “haram”, è peccato. Lei ha trovato il coraggio di ribellarsi: “Mi sono aggrappata con le unghie e con i denti, fino alla fine, per riprendermi ‘quell’Amani’, l’unica Amani che volessi veramente essere: quella italiana”.

Per evitare che ragazze (e bambine) e donne subiscano questi soprusi, ma nello stesso tempo facendo in modo che rispettino la legge italiana e siano visibili garantendo la sicurezza (secondo una legge del  1975 che vieta di girare a volto coperto), nel 2011 Souad Sbai, ex parlamentare del Pdl, presidente dell’Associazione delle Comunità delle Donne Marocchine in Italia (ACMID – DONNA) e del Centro Alti Studi “Avverroè”, aveva proposto una legge per vietare l’uso del velo integrale (niqab/burqa) nei luoghi pubblici (sulla scia della legge francese e non solo). Il 2 agosto dello stesso anno la Camera dava la prima approvazione al testo.

Le donne islamiche che fossero stata viste indossare il velo integrale nei luoghi pubblici, avrebbero rischiato fino a 500 euro di ammenda, mentre chi le costringeva, fino ad un anno di carcere, con multe dai 10 mila ai 30 mila euro, senza poter accedere alla cittadinanza.

La proposta di Souad Sbai (che venne fortemente osteggiata dal Pd), tuttavia è stata accantonata nel 2013 a causa di una petizione di islamici (tra cui futuri terroristi dell’Isis in Siria), rivolta all’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi. Questi soggetti sostenevano non solo la “libertà di scelta” (che in genere non c’è) di indossare l’hijab, ma anche il niqab e il burqa.

Nello stesso anno Nicola Molteni della Lega presentò un disegno di legge analogo, ma neanche in quel caso la proposta venne accolta. Idem per la proposta di Roberto Calderoli di introdurre il reato di “apologia della guerra santa”, che comprendeva anche la questione del velo per le donne musulmane.

Molteni ha rilanciato, in nome della sicurezza e della Costituzione che garantisce la libertà personale e diritti della donna la proposta sull’indumento (che non è affatto un semplice indumento!) nell’ottobre del 2018. In particolare il disegno di legge non fa distinzione tra velo integrale e no nei luoghi pubblici. In entrambi i casi il rischio è di multe che possono arrivare fino a 2.000 euro. Pene più dure, invece, per chi costringe ad indossare il velo: andrà in carcere da uno a due anni (sperando che non incontri qualcuno che lo radicalizzi ulteriormente, spingendolo magari a diventare un terrorista) e dovrà pagare una multa da 10.000 a 30.000 euro. La pena viene “aumentata della metà se il fatto è commesso a danno di minore o di una donna o di persona disabile”. Infine se si viene condannati definitivamente per tale reato, viene preclusa la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana.

Souad Sbai non si è mai arresa, per quanto riguarda il divieto del velo integrale in Italia: in un suo articolo pubblicato su “La Bussola Quotidiana” il 20 giugno dello scorso anno, spiegava che “burqa o niqab non sono indumenti religiosi islamici bensì di origine tribale, ‘marchio il territorio’ si potrebbe dire. Dove ci sono donne velate integralmente il dominio della Fratellanza (Musulmana, ndr) e dei suoi dettami estremisti è pressoché totale e la presenza di queste anime ingabbiate contro la loro volontà ne è il marchio che deve essere evidente a tutti. L’esempio più lampante è quello dei talebani in Afghanistan, che utilizzano un indumento derivante da tradizioni tribali e arcaiche per dimostrare il loro dominio radicalista sul territorio”.

Souad Sbai proseguiva: “È una visuale distorta quella che porta al concetto buonista secondo cui un burqa e un niqab sono espressioni di libertà religiosa: non c’è alcuna libertà nell’essere represse, soffocate, strozzate da un drappo nero che oscura occhi e mente. Non c’è alcuna libertà nel distruggere le donne nella loro essenziale capacità di essere fonti di vita: questo è estremismo, radicalismo, oscurantismo, barbarie”. Perciò Sbai annunciava che il Centro Studi Averroè insieme ad altre associazioni nazionali e internazionali aveva deciso di istituire il 21 Giugno a Roma la “Giornata Nazionale #NoVeloDay” contro burqa e niqab, con una serie di eventi per spiegare cosa significhino e le loro connessioni con il terrorismo di matrice islamica.

Alessandra Boga

info@almaghrebiya.it

Sono nata a Magenta (MI) il 26/08/1980 e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione (2004) con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su molti giornali online ed alcuni cartacei.

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