Islam, religione e cultura: liaison rotta dalla violenza jihadista

in Analisi/Le Brevi

L’Occidente è in guerra. In guerra contro le dottrine fondamentaliste di chi dedica la propria vita e spesso usa quella degli altri per falciare le vite di chi non guarda alla Mezza Luna. Lo Stato islamico (Isis), Al Qaeda, gli affiliati alla Fratellanza Musulmana non mandano cittadini siriani in Europa, ad esempio, per compiere attentati e convincere i governi a interrompere i bombardamenti. No, questi gruppi estremisti, fondamentalisti, attingono a un grande bacino di giovani europei radicalizzati, che a prescindere dalla situazione in Medio Oriente sono già in cerca di una causa, di un’etichetta, di una grande narrazione su cui apporre la firma sanguinaria della loro rivolta personale. Dunque, è vitale per l’Occidente non solo debellare militarmente l’Isis occorre investire combattere un guerra culturale, isolando e debellando il virus del fondamentalismo troppo spesso creato ad hoc nei laboratori della Fratellanza Musulmana.

La collaborazione tra questi giovani e i gruppi radicali è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani che si erano legati ad Al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni settanta.

Il dato fondamentale è che non esiste una terza, quarta o ennesima generazione di jihadisti. Dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: gli europei, ad esempio, di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per l’Europa non è solamente il califfato siriano ma la rivolta dei giovani.

Utile dunque riprendere il discorso di Olivier Roy, professore di scienze politiche francese, esperto di islam e scrittore di molti libri sull’argomento, tanti dei quali pubblicati anche in Italia, che tenne il 29 giugno 2017.al Comitato Scientifico della Fondazione Internazionale Oasis: “Quel che è nuovo è la comparsa, a partire dal 1995, di un nuovo tipo di terrorismo, l’homegrown terrorism, cioè un terrorismo che recluta giovani educati in Europa. Questo fenomeno diventerà dominante a partire dall’11 settembre 2001.

In secondo luogo, tutti gli attacchi si trasformano in attacchi suicidi. Questa doppia evoluzione spiega l’esistenza di traiettorie simili negli attacchi degli ultimi venti anni. Prendiamo l’esempio di Khaled Kelkal del GIA algerino, che inaugura la serie di attentati francesi nel 1995 a Lione. Egli commette degli attentati contro i trasporti pubblici francesi e muore, armi in mano, davanti alla gendarmerie.

Tra Kelkal e l’attentato contro il Bataclan è possibile individuare una linea di continuità. Durante questi vent’anni la stragrande maggioranza dei terroristi si divide effettivamente in due gruppi: le seconde generazioni, ovvero i giovani nati da genitori immigrati in Europa, e i convertiti. Le seconde generazioni rappresentano all’incirca il 65 per cento mentre i convertiti sono più o meno il 20 per cento con ovviamente delle variazioni. Le forme di violenza alle quali assistiamo oggi, ovvero il jihad globale e il terrorismo, sono nuove nella loro concettualizzazione, ideologizzazione ed estetizzazione, ma non nei termini che le descrivono: jihad infatti è un termine antico quanto l’Islam.

Tuttavia, a parte gli scritti di ideologi come Sayyid Qutb e Muhammad ‘Abd al-Salam Faraj, il primo che ha cercato di istituire un jihad globale e globalizzato è stato Abdallah ‘Azzam(1941-1989). Palestinese con passaporto giordano e insegnante in Arabia Saudita, ‘Azzam all’inizio degli anni ’80 lancia un appello ai giovani musulmani di tutto il mondo invitandoli a combattere in Afghanistan contro i sovietici.

Alcuni pensatori della galassia jihadista arriveranno addirittura a dichiarare che una donna non ha bisogno dell’autorizzazione del marito per unirsi al jihad, ciò che è veramente in rottura con la tradizione musulmana. ‘Azzam aggiungerà anche che non è necessario che un musulmano sia personalmente interessato dall’attacco nemico: non deve aspettare che una minaccia incomba sul suo territorio ma è tenuto a difendere qualsiasi Paese musulmano in pericolo.

Inoltre, il jihad per ‘Azzam non è semplicemente una guerra per difendere un territorio musulmano ma una forma di ascetismo, un’azione spirituale nel corso della quale il jihadista deve imparare innanzitutto a staccarsi dai legami personali, dalla sua famiglia, dalla sua nazione, dalla sua etnia e tribù. L’idea perciò è formare un corpo di cavalieri della fede che possa essere portato in qualsiasi parte del mondo, unito da uno spirito di corpo e senza nessun legame con alcuna società”.

 

Dunque, i giovani convertiti aderiscono alla religione pura, “integrale”. Il compromesso culturale non gli interessa e a differenza delle vecchie generazioni che si convertivano al sufismo si uniscono alla seconda generazione nell’adesione a un “islam di rottura”, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a niente offrirgli un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli. Il salafismo non è solo una predicazione finanziata dall’Arabia Saudita, ma il prodotto più adatto a questi ragazzi alla deriva. Ecco, allora, che occorre riproporre un altro passaggio del discorso del 2017 del professor Roy: “Un ultimo elemento importante è l’iconoclastia. I jihadisti distruggono tutto ciò che è culturale, non solo le espressioni della cultura pagana o cristiana: durante la caduta di Mosul a giugno 2017 hanno fatto saltare la moschea storica di al-Nuri, dove peraltro al-Baghdadi aveva proclamato il ritorno del califfato nel 2014.

Occorre tenere conto anche dell’estetica della violenza. I video di decapitazione di Daesh – acronimo in arabo per Stato Islamico, ndr – che ci fanno giustamente inorridire, sono montati secondo codici estetici presi in prestito dai narcos messicani. È ben noto che la propaganda di Daesh gioca sull’estetica della cultura giovanile contemporanea (non di tutti i giovani, evidentemente), la cultura dei videogiochi, dei film ultra violenti… Il risultato estetico è un’islamizzazione della cultura giovanile occidentale contemporanea. Per fare un esempio, il modo di procedere di un boia saudita è diverso da quello dei jihadisti. Tra i due esiste un elemento comune, la decapitazione, ma la messa in scena, la giustificazione, l’estetizzazione sono completamente diversi”.

redazione@almaghrebiya.it

C.P.

Sono nato nel 1980, ho scritto per L'Occidentale, L'Opinione, altre testate e ho lavorato per la Commissione Affari esteri del nostro Parlamento. Collaboro con Almaghrebiya da un po' di tempo occupandomi principalmente di argomenti afferenti la politica estera, soprattutto mediorientale.

Vai a Inizio pagina