Terrorismo: ecco come arrivano i kamikaze in Italia

in Editoriale

di Francesca Musacchio

Seimila dinari (circa 2500 euro) per arrivare in Italia con viaggi programmati via mare. Poi da qui liberi di muoversi e commettere reati, anche attentati, nel nostro Paese come nel resto d’Europa. La notizia dell’operazione del Ros dei carabinieri che ha smantellato un’organizzazione dedita al traffico di clandestini dalla Tunisia al nostro Paese, non dovrebbero lasciare sorpresi. Quell’esercito di kamikaze di cui si parla nelle carte dell’inchiesta, è sotto osservazione da anni e compare anche in altre indagini. Ma l’ottusità di non ammettere che tra gli immigrati che dal nordafrica arrivano sulle nostre coste (con gommoni o imbarcazioni veloci e sicure come nel caso dei tunisini), si possano nascondere terroristi, rende la notizia più scottante e clamorosa. Già nelle relazioni dei servizi segreti degli anni scorsi si segnalava questo rischio. ‘Sbarchi fantasma’ sono stati ribattezzati, proprio per indicare la dinamica con cui avvenivano (e avvengono). Come ricostruito nelle carte dell’inchiesta ‘Abiad’, il gruppo che gestiva i viaggi e il contrabbando di sigarette, programmava le partenze dalla Tunisia in modo che, dopo circa tre ore e mezza di navigazione, i presunti immigrati sbarcassero durante la notte in sicurezza sulle coste siciliane. Complice il buio e la presenza di appoggi (anche italiani) sul luogo dello sbarco, la fuga risultava più facile. Dopo lo sbarco, qualcuno si dirigeva verso altri Paesi europei, magari con autobus o altri mezzi di fortuna. Altri, però, rimanevano, e probabilmente ancora si trovano sul nostro territorio nazionale, in modo clandestino. Senza documenti (oppure falsi), liberi di aggirarsi per le nostre strade senza problemi, magari senza mai finire sotto i controlli delle forze armate.

Ma tra i personaggi arrivati, però, si annidavano soggetti a rischio che potenzialmente avrebbero potuto anche decidere di farsi esplodere in una delle nostre città. Non è fantascienza, ma la realtà presa in seria considerazione dagli investigatori che hanno lavorato per due anni con l’intento di verificare le informazioni arrivate da un pentito, Ben Said Arbi, in carcere in Italia per vari reati. L’uomo, in seguito estradato in Francia, ha chiesto di “collaborare con le Autorità italiane per evitare che ci si ritrovasse con “un esercito di kamikaze in Italia” – si legge nell’ordinanza – riferendo altresì di essere a conoscenza dell’esistenza di una organizzazione criminale finalizzata al contrabbando di tabacchi ed al traffico di esseri umani che, nel medesimo contesto, provvedeva ad aiutare ad espatriare soggetti ricercati in Tunisia per reati legati al terrorismo”.

E nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno trovato puntuale riscontro alle parole di Ben Said Arbi, che ha fornito anche i nomi dei componenti l’organizzazione.

Ma ciò che desta preoccupazione, ancora una volta, è quanto messo nero su bianco dalla procura di Palermo “in relazione alle posizioni radicali pro Daesh di almeno uno tra gli indagati (e segnatamente di Ounich Khaled)”. Per gli inquirenti, dunque, “sussistono anche significativi ed univoci elementi per ritenere che l’organizzazione in esame costituisca un’attuale e concreta minaccia alla sicurezza nazionale poiché in grado di fornire a diversi clandestini un passaggio marittimo occulto, sicuro e celere che, proprio per queste caratteristiche, risulta particolarmente appetibile anche per quei soggetti ricercati dalle forze di sicurezza tunisine, in quanto gravati da precedenti penali o di polizia ovvero sospettati di connessioni con formazioni terroristiche di matrice confessionale. Per le ragioni esposte – si legge ancora nelle carte d’inchiesta – il fenomeno investigato riveste caratteristiche innovative e peculiari, anche difficili da monitorare, rivelandosi potenzialmente pericoloso per la tipologia dei clandestini trasportati in Italia o addirittura fatti espatriare verso la Tunisia, dietro pagamento di ingenti somme di denaro da parte di chi fruiva dei servizi e per le dirette ramificazioni con il territorio nazionale e i collegamenti anche con l’estero, in paesi dove attualmente è più forte la presenza di gruppi vicini all’estremismo islamico e ove sono più elevati i rischi di ulteriori gravissimi attentati”.