TERRORISMO: “LA TRATTATIVA STATO-ISLAM”, NEL LIBRO DI FRANCESCA MUSACCHIO DUBBI E IPOTESI SUL CASO ITALIA

in Editoriale

 


di Souad Sbai

Leggi mai approvate. Poca pressione sulla comunità islamica per il rispetto delle norme vigenti e una politica, sia a destra che a sinistra, forse troppo accondiscendente con i musulmani. Dopo quasi 20 anni dall’attacco alle Torri Gemelle, l’Italia non ha subito attentati, a parte qualche episodio di poca rilevanza che non ha provocato danni ingenti nè vittime. La domanda che l’opinione pubblica si pone, e a cui commentatori e analisti tentano di rispondere da tempo, è proprio questa: mentre in Europa e nell’intero Occidente, Al Qaeda prima e lo Stato islamico adesso, hanno seminato morte e violenza, come mai in Italia non è accaduto nulla? E’ la domana che si pone la giornalista Francesca Musacchio, autrice del libro “La Trattativa Stato-Islam” edito da Armando Curcio editore. Il testo analizza alcuni aspetti della presenza musulmana in Italia disegnando uno scenario che lascia aperte domande e riflessioni sul cambiamento del tessuto sociale delle nostre città. “E’ difficile – spiega l’autrice nel libro – rispondere in modo esaustivo e credibile alla domanda sugli attentati senza essere accusati di complottismo o peggio ancora di scarsa conoscenza dell’argomento. Il caso Italia rappresenta un unicum e quindi meritevole di riflessione. A parte le capacità investigative delle nostre forze dell’ordine e dell’intelligence – aggiunge – forse c’è dell’altro”. Ciò che incuriosisce, infatti, sono alcuni provvedimenti non varati dai vari governi italiani nel corso di questi anni. Non sono mai state regolarizzate, ad esempio, le posizioni delle moschee irregolari e la legge sul divieto di portare il burqa in pubblico è stata affossata ancor prima che potesse vedere la luce. “Colpa di una visione ‘spinta’ della sinistra nel nostro Paese oppure c’è dell’altro? – è la domanda che pone il libro – Forse una sorta di patto con l’Islam lasciato libero di espandersi, anche violando le regole del vivere comune? Ma in nome di cosa? Di un presunto controllo sui soggetti a rischio che diversamente sarebbe stato difficile?”.


Nel testo è preseente anche il colloquio tra la giornalista e Mansour, un giovane tunisino con un trascorso da tossicodipendente e spacciatore. Ha vissuto in Italia dove è stato reclutato e indottrinato da un tabligh (predicatore d’odio) fino al punto di convincerlo a farsi esplodere in una delle nostre città. Tutto questo avveniva nei primi anni 2000, ma da allora le cose non sono cambiate.


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