IGNORANZA E IPOCRISIA: UNA MISCELA ESPLOSIVA.

in Opinione

di Adriano Segatori

Di fronte alla violenza islamista, alla negazione dei diritti fondamentali delle donne, all’odio nei confronti delle altre confessioni e della stessa civiltà occidentale, i tenutari del potere politico e dell’informazione continuano nel mantra debilitante e pericoloso della negazione: “Tutto ciò che accade di male non è Islam”.

Questo defilarsi dalla questione religiosa è deleterio per due motivi fondamentali: il primo, perché esaspera il mondo musulmano negandogli lo stesso valore della presenza e costringendolo, in un certo senso, ad alzare il tiro per poter dimostrare la propria esistenza; il secondo, perché mette in croce quei musulmani che combattono non da decenni, ma da secoli, per aprire alla dialettica l’interpretazione laica del Corano.

All’interno dell’Islam è in corso una sanguinaria guerra civile, con la persecuzione, e molte volte anche con la morte, di intellettuali impegnati nella riforma religiosa della dottrina coranica.

Ci sono teologi che si sono impegnati, e si impegnano, nell’esegesi dei testi sacri, nella depoliticizzazione delle prescrizioni religiose, nella spiritualizzazione del pensiero contro l’apparato giuridico che lo vuole imbalsamato nella fatwa e nella sharia.

L’Islam è la religione monoteista, insieme all’ebraismo e al cristianesimo, che si fonda su testi sacri, sulla parola divina. Il problema è che mentre le due ultime confessioni hanno definitivamente trasformato le norme in consigli, l’Islam le mantiene come disposizioni giuridiche. La lettura dei testi, perciò, non può e non deve entrare nell’interpretazione dialettica e nel confronto del pensiero, ma deve essere mantenuta in termini letterali, in schemi legali. Da ciò deriva, come conseguenza, che il solo fatto di ipotizzare un chiarimento e un confronto fa scattare l’imputazione di apostasia, e quindi la condanna.

Il simbolismo è prescritto, proibito all’interno dell’islamismo radicale: tutto è concreto, reale, immutabile. E il concretismo, quale disturbo formale del pensiero, è uno degli indicatori più qualificati della psicosi, grave disturbo psichiatrico che non permette l’esame di realtà.

Ma è assente anche l’esame di realtà in coloro che disconoscono la guerra di religione in atto. Decenni di negazione di Dio hanno confuso le coscienze e alterato il senso critico. E soprattutto la sinistra ha questa enorme colpa, come denunciato da Jean Birnbaum nel suo saggio “Musulmani di tutto il mondo, unitevi!”. Per l’ateismo militante e il laicismo fondamentalista non può esserci, per principio, alcuna azione umana legata ad uno spirito religioso. Invece, nel terzo millennio, c’è chi è disposto ad uccidere e a morire in nome e per conto di un dio, e questo sballa il loro limitato orizzonte cognitivo e percettivo.

Ecco, perché, il primo passo per difendere la nostra civiltà ed aiutare i musulmani nella loro battaglia di emancipazione è quello di riconoscere l’islamismo come agente di violenza e di terrore. Per un verso, questa accettazione porterebbe a migliorare in efficacia e in efficienza la strategia di sicurezza, di prevenzione e di repressione nel nostro mondo; per l’altro, sosterrebbe l’altrettanto importante e pericolosa battaglia di rinnovamento, di spiritualizzazione e di simbolizzazione nel mondo dell’Islam.

Perché, come scrive il politologo citato: “Affermare che gli attentati jihadisti non hanno ‘niente a che fare’ con la religione significa chiudere gli occhi su un conflitto in cui è in gioco buona parte del destino del mondo contemporaneo”, cristiano, ebraico e musulmano stesso.