Torino, 5 antagonisti sorvegliati speciali della Digos. Loro protestano: “Abbiamo combattuto contro l’Isis” Erano sorvegliati da anni, anche se non hanno mai nascosto di aver combattuto in Siria contro l'Isis.

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Cinque giovani torinesi sono da qualche giorno sorvegliati speciali della Digos dopo essere stati a combattere in Siria. Sono sospettati di essere terroristi, ma loro si difendono, rivendicando di aver militato per i curdi della regione del Rojava, Federazione Democratica della Siria del Nord, nota anche come Kurdistan siriano, Kurdistan Occidentale e con altre denominazioni.

C’è per esempio Davide Grasso, 38 anni, rimasto in Siria tra il 2016 e il 2017, 9 mesi di cui 7 al fianco dei miliziani curdi. “Non sono un militare, non è nella mia filosofia – ha spiegato Davide – Ma dopo l’attentato al Bataclan, a Parigi, ho capito che la mia generazione doveva fare qualcosa”.

Il giovane ha spiegato che l’attentato in cui è rimasta uccisa anche la nostra connazionale Valeria Solesin la sera del 13 novembre 2015, è stato ordinato da qualcuno dell’Isis che si trovava nella roccaforte di Raqqa. “Chi l’ha eseguito, l’ha fatto contro civili inermi – ha aggiunto il 38enne torinese – Quindi ho pensato fosse giusto che i mandanti si ritrovassero di fronte giovani civili europei, stavolta armati come loro. Ho scelto da che parte stare. E francamente lo rifarei”, nonostante l’indagine avviata dalla Procura di Torino nei suoi confronti e in quelli di altri quattro suoi compagni. Per loro è stato disposto anche il divieto di dimora nel capoluogo piemontese.

Non per la bandiera per cui combattono, quella delle brigate internazionali dello Ypg, unità di protezione popolare, bensì perché ritenuti comunque potenzialmente pericolosi per la città italiana e non solo. Così la giudice Emanuela Perotta ha firmato nei loro confronti il provvedimento di “sorveglianza speciale”.

Destinatari, oltre a Davide Grasso, Jacopo Bindi e una ragazza, Maria Edgarda Marcucci, del centro sociale Askatasuna (alcuni membri del quale, per altri motivi, erano già stati sottoposti a procedimenti giudiziari nel luglio 2018). “Sorvegliati speciali” sono anche Paolo Andolina e Fabrizio Maniero, anarchici della comunità Barrocchio (che occupa due edifici anch’essi finiti nel mirino delle autorità in passato).

Giovani che prima di arruolarsi contro l’Isis in Siria, non avevano comunque mancato di rendersi protagonisti di manifestazioni violente contro le forze dell’ordine, manifestazioni a causa delle quali erano stati denunciati, arrestati e processati. Nonostante ciò, Grasso dice: “Noi pericolosi?  Sicuramente saremo avventati. Là succedono delle cose terribili e bisogna avere rispetto per chi ha combattuto e per chi continua a farlo. Noi non siamo terroristi. Anzi abbiamo fatto di tutto per fermarli. Per evitare che anche Torino finisse nel mirino dell’Isis”.

D’altra parte non hanno mai nascosto la loro militanza contro il terrore del Califfato. Anzi, hanno documentato la propria esperienza scrivendo libri, partecipato a dibattiti, postato foto e raccontato il loro impegno sui social.

Davide Grasso continua: “Come sopravvissuto – infatti avrebbe potuto essere ucciso dai terroristi – sono in debito con chi è caduto. Ho l’obbligo di raccontare l’orrore che ho visto. Io e i miei compagni non siamo un pericolo. Semmai abbiamo contribuito alla sicurezza. La richiesta della procura è un paradosso, un processo alle intenzioni. Collegare episodi di normale dialettica sociale italiana alle Ypg è ridicolo e pretestuoso”.

Dello stesso tenore è la dichiarazione di Paolo Andolina, 28 anni, in Siria per la prima volta nel 2016 e l’ultima nel marzo 2018: “Sono andato a combattere l’Isis. Mi pare chiaro che la Siria e Torino siano due scenari completamente differenti, nemmeno paragonabili”. “Ypg non è una realtà terroristica – conclude – Eppure noi veniamo considerati pericolosi per le lotte che abbiamo portato avanti in questi anni. Senza considerare che ognuno di noi è andato in Siria per difendere i popoli dal terrorismo islamico”.

Le autorità, però, hanno ritenuto di dover intervenire nei loro confronti per evitare che, visto il loro passato, arrivino ad “indottrinare compagni d’area e commettere delitti contro la persona con più gravi conseguenze”. Gli spostamenti dei cinque sono sotto controllo da anni.

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