L’anti-terrorismo adesso a Berlino perquisisce le moschee e tiene sotto tiro le gang islamiche 

in Opinione


di Lorenza Formicola

In Germania si rincomincia dalle moschee. E’ il messaggio che l’anti-terrorismo sta mandando a un Paese che inizia a pagare care le politiche degli ultimi cinque anni circa l’immigrazione. Così, lunedì notte, una moschea di Berlino è stata perquisita dalle forze dell’ordine per un’indagine terroristica in cerca dei collegamenti tra moschee e Medio Oriente.


 

Nessun arresto effettuato al momento, ma uno dei predicatori della moschea è stato perquisito, e continuerà ad essere interrogato nelle prossime ore, perché sospettato di trasferire fondi a un militante islamico in Siria allo scopo di compiere “attentati terroristici”.

 

Il sospetto, il cui nome è stato secretato per ovvie ragioni, è accusato di aver acquistato “attrezzature militari per atti criminali terroristici”. Al raid hanno cooperato la polizia criminale di stato, i servizi d’intelligence e le forze di polizia speciali.

 

Ad oggi, la moschea As-Sahaba è sotto la sorveglianza dell’agenzia di intelligence interna della Germania ed è considerata un importante punto di incontro per i membri della  scena radicale salafita tedesca. Fondata nel 2010 dall’islamista tedesco-egiziano Reda Seyam, anch’egli accusato di aver preso parte a un attacco terroristico a Bali, e che perciò ha lasciato la Germania per recarsi in Siria per diventare “ministro dell’educazione” del gruppo terrorista dello Stato islamico.

 

Ma non c’è solo la moschea al centro del mirino dell’antiterrorismo della capitale tedesca negli ultimi giorni.

 

Se in passato, infatti, le bande criminali di origine araba di Berlino si sono guadagnate da tempo l’infame primo posto per quel che riguarda violenze e rapine, ora, ammonisce la polizia, “siamo costretti a monitorare i tentativi di reclutamento che hanno messo in piedi coinvolgendo la nuova generazione di rifugiati”.

 

Le gang islamiche di Berlino, a lungo mitizzate da rapper e serie tv per via dei codici d’onore e le strutture patriarcali, stanno radicalizzando nuovi adepti tra l’oltre un milione di richiedenti asilo a cui la Germania, dal 2015, ha aperto le porte. Metà dei quali provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan.

 

Secondo quanto dichiarato dalla polizia, sono “uomini giovani e forti, che sono arrivati da soli in Germania e che non hanno ancora avuto a che fare con il sistema giudiziario”. E soprattutto sono dediti ad edificare una società musulmana parallela.

 

L’ondata migratoria, che ha raggiunto il picco tre anni fa, ha alimentato un acceso dibattito sugli sforzi d’integrazione e sui crimini commessi dagli stranieri, il che ha orientato l’attenzione sulle gang e sollevato interrogativi sul perché la polizia di Berlino li ha tenuti a zonzo per così tanto tempo.

 

Il più famoso rapper tedesco, Bushido, si è vantato a lungo dei suoi stretti legami con la gang islamica di Berlino, salvo poi prenderne le distanze e insieme alla moglie denunciare la creazione di una vera e propria “società parallele di una violenza in stile mafioso proprio qui in Germania”.

 

Tra loro anche molti palestinesi. Come Rabih, palestinese nato in Libano, che aveva scalato i vertici delle gerarchie della malavita criminale di Berlino, e che nonostante le centinaia di reati attribuitigli e un decennio trascorso dietro le sbarre tedesche, aveva più volte evitato l’estradizione, persino quando il Libano si rifiutò di rilasciargli il passaporto. Pochi giorni dopo la sua morte a Berlino gli fu dedicato un murale che lo ritraeva come un combattente islamico martire.

 

Intanto, la stampa tedesca pubblica editoriali di sociologi che denunciano la storia delle gang berlinesi come un ammonimento sulla fallita integrazione. E che fanno risalire all’ondata di rifugiati negli anni ’80, fatta di palestinesi, membri delle minoranze arabe e curde della Turchia. Le varie generazioni d’immigrati oggi gestiscono una grossa fetta dell’economia, spesso illegale, di Berlino.

 

La polizia di Berlino è ora sotto tiro per aver a lungo trascurato il problema – qualcosa che il politologo Ralph Ghadban attribuisce alla “paura di stigmatizzare e discriminare alcune minoranze”.

 

“Stiamo facendo un passo in avanti”, ha dichiarato il ministro degli interni Andreas Geisel – “Stiamo rovinando il loro divertimento a Berlino”, provando a rasserenare i tedeschi.