Francesco Biancheri

Il Mediterraneo delle opportunità.

in Opinione
Francesco Biancheri

 

di Francesco Biancheri

Da sempre il Mediterraneo ha rappresentato per l’Europa un punto di contatto con le altre civiltà del mondo, e non a caso, la via della Seta , prima e la nuova “rotta ad Oriente” ricercata da Colombo, miravano ad ampliarne gli spazi.

Sulle onde del Mediterraneo hanno navigato i traffici commerciali dei Fenici, il pensiero filosofico dei Greci, l’evangelizzazione con i viaggi di San Paolo, i mercanti Veneti. Questo mare , pur definito “mare chiuso” , per il progresso dell’umanità, è stato da sempre più aperto del vasto Mare Oceano.

Oggi l’area del Mediterraneo oltre quella geografica , in senso geopolitico , si estende dalle coste europee e nordafricane del Mar Mediterraneo al Medio Oriente, fino al Golfo Persico.

C’è un Mediterraneo più vasto che circonda il Mediterraneo in senso stretto, servendovi da cassa di risonanza di molte contraddizioni e come veicolo di quel “pericolo” che storicamente è sempre arrivato da Oriente.

Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, perché l’Europa è nel Mediterraneo, e l’’Europa ha una particolare responsabilità perché ad essere in gioco non è solo il futuro di una regione ma anche l’avvenire e la sicurezza del vecchio continente. Se vuole essere attore globale l’UE, tutta e non soltanto i Paesi rivieraschi, devono collaborare alla formazione di un nuovo ordine regionale, in cui ci sia una responsabilità condivisa tra gli Stati dell’area del Mediterraneo e l’Unione Europea

Da questo dipende la stabilità e la prosperità del Mediterraneo e del Continente Africano.

La sponda sud del Mediterraneo, è infatti punto d’incontro tra Europa e Africa, due continenti che affrontano sfide intrecciate.

Infatti da un lato il Sud del Mediterraneo è il naturale interlocutore di un’Europa con grandi potenzialità creative che molto ha da dire, e dall’altro lato è un obiettivo di una malintesa conquista da parte di chi vuole egemonizzare l’area con elementi di pensiero e di politica a senso unico, che possono vanificare ideali di libertà, di tolleranza e di pacifica convivenza tra i popoli, che sono il risultato di secoli di costruzione di un pensiero sociale, di non sempre facile e pacifica realizzazione.

Per molti anni, dopo il processo di decolonizzazione successivo alla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo lasciato che molti Stati Africani e Mediorientali, rimanessero in balia di se stessi, dei loro governi corrotti e delle loro disastrate economie, senza preoccuparci di attuare un processo di cooperazione, che trasformando la colonizzazione in riconversione economica ci potesse garantire come Paesi del “primo mondo” una presenza di partenariato utile a evitare il formarsi di quei movimenti estremisti con cui oggi siamo chiamati drammaticamente a confrontarci, rinunciando al contempo a perseguire un programma di naturale partenariato economico utile ad entrambi, ed a concentrare invece tutta la nostra attenzione sul problema del “debito dei Paesi poveri” su cui fior di economisti hanno speso inutilmente fiumi di inchiostro.

 

Fortunatamente davanti al mutare dei fatti , siamo di fronte ad una presa di coscienza più aderente alla realtà, ed nostro Paese in questo senso ha mostrato da parte sua un’importante disponibilità al partenariato in occasione della Conferenza Italia-Africa dello scorso ottobre, a cui hanno partecipato i rappresentanti di oltre 52 Paesi africani, ben consapevole che la posta in gioco non è solo il futuro del Mediterraneo ma dell’Europa.

E qui s’innesta un’altra questione delicata: quella delle alleanze. E del modo di concepirle e praticarle.

La speranza che l’area torni a svolgere la sua storica funzione di luogo di incontro, che si possa tramutare da arco di crisi ad arco di opportunità.