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“Coppa del mondo di calcio 2022, il Qatar non ci insegna civiltà “.

in Opinione
Lorenza Formicola

di Lorenza Formicola

Il Qatar continua a crescere ad una velocità impressionante. Grattacieli, centri commerciali e stadi scintillanti vengono eretti. Tutto deve essere pronto per la coppa del mondo che si disputerà proprio proprio tra il deserto e le dune del Golfo Persico. Migliaia di strade e nuove linee di trasporto pubblico compaiono giorno dopo giorno. Centinaia di migliaia di lavoratori importati stanno invadendo le postazioni di lavoro. Alberi e erba germogliano, nel deserto.

 

“Ogni giorno qualcosa cambia”, ha detto Mohamed Ahmed, manager del Khalifa International Stadium. “È come se tutto il paese si stesse preparando per qualcosa di grande”.

 

Gli irrigatori ruotavano e spruzzavano l’acqua in un vento costante e sfrigolante. La maggior parte dell’acqua sembra evaporare prima di raggiungere il suolo. L’atmosfera, dal primo giorno in cui sono iniziati i lavori, è effervescente. E patinata. Intorno allo stadio di Al Wakrah ad oggi lavorano oltre 4.000 operai, immigrati, sotto un sole martellante.

 

Ma non occorre grattare troppo per trovare qualcosa di torbido in tutta questa storia della coppa del mondo che sarà nel 2022, di cui, proprio da queste pagine vi avevamo iniziato a raccontare.

 

Continuano, più passano i mesi, ad emergere storie inquietanti, a volte scioccanti, sulle condizioni di lavoro a cui sono costretti uomini colà attirati da fame e disperazione.

 

Un report pubblicato a febbraio da Impactt – una società di consulenza che si occupa della moderna schiavitù – ha denunciato che gli operai sono sottoposti a turni di oltre 72 ore settimanali.

 

I giornalisti stranieri che hanno provato a denunciare quanto sta accadendo nel Paese sono stati arrestati negli ultimi anni per “diffamazione” il paese. Mentre è già noto, come riferisce anche il New York Times, che il Qatar è solito, specie ultimamente, censurare i notiziari internazionali.

 

La Coppa del Mondo, per la quale il Qatar sta tanto investendo, è diventata ormai la componente centrale di un piano utile non solo a sviluppare architettonicamente il Paese, ma anche per ripulire il suo nome sulla scena mondiale.

 

Eppure, nonostante la censura, non sembra ci stiano riuscendo. Dozzine di operai importati per nella città, per esempio di Lusail, da mesi non vengono retribuiti.

 

La FIFA nega quello di cui il Qatar, da mesi, è accusato, e c’è poco da essere “fuorvianti” – come ha definito le varie associazioni umanitarie che stanno seguendo e condannando la faccenda -, di fronte a salari pietosi e condizioni di lavoro mortificanti di operai provenienti da Nepal, India e Filippine, che in alcuni casi non vengono pagati da febbraio 2016.

 

In tanti altri casi si parla di uomini che si sono indebitati per andare a lavorare in Qatar, e oggi vedono le proprie esistente rovinate. Come Ernesto, capocantiere dalle Filippine, che ha raccontato di trovarsi in condizioni economiche peggiori, dopo aver lavorato due anni in Qatar, rispetto a prima di arrivare nel Paese. Qualcun altro ha dovuto vendere i terreni che possedeva per coprire i debiti contratti.

 

Il rapporto sopracitato nomina una società di ingegneria, la Mercury MENA, che avrebbe lasciato circa 80 operai provenienti da India e Filippine, bloccati e non retribuiti per mesi in Qatar. Amnesty Internationl da tempo accusa le varie società che hanno fatto da tramite per la manovalanza di usare la kafala – una nuova forma di schiavitù moderna. Contemplata dal diritto islamico altro non è che una forma di abuso nei confronti dei lavoratori, ma più spesso delle donne, con la complicità dello Stato. Il sistema richiede che questi individui dispongano di uno “sponsor” nazionale che solitamente è il datore di lavoro. Il ruolo svolto è quello di anticipare le spese per il permesso di lavoro cosa che li rende responsabili del visto e dello status giuridico: ha quindi un enorme potere su di loro.

 

Dopo le polemiche che da mesi si susseguono e coinvolgono direttamente il governo del Qatar, ad ottobre il Paese si è impegnato a collaborare con l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sulla riforma della kafala e gli elementi sostanziali delle sue leggi sul lavoro per le violazioni dei diritti umani degli operai. Qualche settimana fa, l’emiro del Qatar ha emesso una legge che dovrebbe abolire il potere dei datori di lavoro di concedere o ritirare i permessi di uscita, che sono stati utilizzati per impedire alle persone di lasciare il Paese. Ma secondo quanto denunciato  dalle organizzazioni umanitarie, di fatto, è cambiato ben poco.

 

E comunque resta il dato che gli operai vivono in alloggi angusti, sporchi e non sicuri. E se i lavoratori si lamentano delle loro condizioni o cercano aiuto, sono spesso intimiditi e minacciati. Mentre pare che qualcuno abbia già perso la vita.

 

E’ questa la civiltà che verrà presto a farci visita in vesti ufficiali.