Trump ed il peso del sostegno a MBS sulle elezioni di mid-term

in Analisi

 

di Vincenzo Cotroneo

Il caso Khashoggi è ufficialmente passato dalla prima pagina dei giornali di mezza Europa, a sparire quasi completamente. Probabilmente tra un mese non ne sentiremo piu parlare salvo novità dell’ultima ora. In fondo l’aria che tira in Europa porta con se ben altri problemi e questioni per la maggior parte degli Stati del Vecchio Continente. E’ una questione mediorientale tra Paesi peraltro sempre in lite tra loro per questioni di potere e leadership. Questa la giustificazione con la quale si cancella l’evento e si va avanti con altre notizie.

Qualcosa di diverso accade invece sull’altra sponda dell’Atlantico, negli Stati Uniti, e proprio in occasione della data delle elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera e del Congresso a stelle e strisce.

Come ogni Paese democratico, l’America è chiamata a rinnovare il proprio parlamento, e la partita per Trump ed il partito conservatore è parecchio dura. Infatti secondo i sondaggi pubblicati da Real Clear Politics al 4 novembre i Democratici sarebbero in netto vantaggio dati al 49,4%, mentre i Repubblicani non andrebbero oltre il 42,2%. Una partenza in salita, che vede l’avversario in procinto di conquistare la Camera, e creare un inconveniente politico nel partito repubblicano.

Che legame c’è tra il caso Khashoggi e le elezioni di mid-term USA?

Il sostegno incondizionato al regno saudita governato ufficiosamente dal giovane erede Mohamed Bin Salman, accusato dalla stampa internazionale e dalle tv di espressione contraria al suo nuovo asse strategico di allenaze dell’area, lo condanna apertamente come mandante dell’omicidio Khashoggi, non solo morale, ma come decisore finale circa il destino del giornalista dissidente, tra l’altro editorialista del Washington Post, trasferito negli Usa e simpatizzante (o qualcosa di più) della fratellanza musulmana, organizzazione al bando come terroristica in mezzo medioriente, ma non negli USA.

Ad oggi, l’asse USA-Arabia Saudita, ha visto l’endorsement e il pieno appoggio anche dello storico nemico Israele, che ha visto in MBS l’uomo nuovo per condurre una nuova era politica di stabilità nell’area, con una propensione all’indirizzo laico rispetto ad un Islam pervasivo e fuori controllo istituzionale.

Il pieno appoggio di Netanyahu per MBS in questa faccenda dai pochi lati chiari, si è aggiunto a quello portato fin dentro ai confini del Regno, da una delegazione dell’American evangelical Christians, l’organismo delle Chiese evangeliche americane, che raccoglie gli aspetti piu messianici e fondamentalisti spesso sovrapponibili o convergenti con quello spirito esoterico tipico dei neocon americani sostenitori fieri dell’amministrazione Trump.

In un articolo edito da Haaretz, quotidiano israeliano, si dava a questa organizzazione un peso decisivo nella decisione di Trump di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata USA, riconoscendo cosi la città quale capitale israeliana.

Potenza di voti e soldi, di una organizzazione settaria è vero, ma capace di amalgamare una serie di strutture evangeliche in grado di determinare un vincitore in fase elettorale. Come si pensa sia stato anche nel caso del Brasile con la vittoria del militare Bolsonaro, al cui insediamento parteciperà il premier israeliano Netanyahu, dopo la dichiarazione del neo presidente eletto brasiliano di spostare come Trump, l’ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Ecco le spinte interne ed esterne su Trump per la conferma del sostegno al principe ereditario saudita, che in questo momento appare però un alleato debole e poco affidabile in quanto a chiarezza, e di certo questo affare Khashoggi non poteva capitare in un momento peggiore (cosa che fa propendere anche per un sistema di accerchiamento delle ambizioni di MBS, organizzato dalla resistenza interna saudita capeggiata dai parenti esclusi dagli affari del Regno, insieme agli avversari di sempre Turchia e Qatar).

In piu, oggi il sito Bloomberg, alla sezione politica ospita un editoriale del noto giornalista Bobby Ghosh che attacca i sostenitori di MBS in modo abbastanza netto.

In realtà, Ghosh legge il momento attuale degli Stati Uniti, come dice Trump una nazione nuovamente rispettata, ma che aspira a ritrovare al proprio interno un nuovo livello di fiducia e crescita.

Si chiede Ghosh se sia cosi importante dare un sostegno cosi impegnativo ad un alleato indebolito da polemiche che (per dritto – mandante chiaro – , o rovescio – una forte mancanza di controllo interno – ) possano creare una sconfitta in questa mandata elettorale. In effetti le pressioni maggiori a Trump in questo momento arrivano da Paesi importanti nello schema mediorientale, in primis da Israele e Egitto. Con anche validi argomenti circa la permanenza di MBS ovvero il controllo della sponda iraniana e la stabilità della regione che vorrebbe diventare al di la del petrolio, un’area di investimento internazionale generalista. Ed andare a spodestare MBS in questo momento significherebbe anche creare uno squilibrio eccezionale in una famiglia, i Saud, che nonostante le continue liti interne, assicura dagli anni ’30 un minimo di ordine e di linearità, al netto di tutte le contraddizioni tipiche di quell’area del mondo.

E come succede spesso in queste aree, – cosa ampiamente dimostrata anche in occasione delle primavere arabe – ogni cambio di governo, per quanto “pilotato” è destinato nella sua prima fase di assestamento a rivendicazioni settarie, scissioni e fiammate che sanno di guerra civile.

Per cui niente cambi, ma neanche appoggi smisurati. Certo gli egiziani (ed Al Sisi in particolare) condividono con i sauditi una serie di relazioni, sostegni vicendevoli e decisioni relativamente importanti, come la guerra in Yemen o le sanzioni e il blocco alle relazioni con il Qatar

Il sito Bloomberg avanza dubbi anche sulla reale volontà israeliana di impegnarsi in questa fase nel sostegno a lungo termine nei confronti di MBS, evidenziando come il pericolo iraniano non terminerà con l’ascesa del giovane principe, e sottolineando che in ogni caso il buon vecchio Benji stia aprendo nuove strade ed alleanze di area, viaggiando a Muscat per un incontro pubblico in Oman e nella stessa settimana, il suo ministro della cultura era a Dubai per una visita che includeva un tour della grande moschea.

La conclusione è che Al Sisi e Netanyahu per stare bene e vicini non hanno bisogno di MBS, ma in questo senso, non vi sia nemmeno bisogno dell’appoggio pesante e pubblico USA in questo momento.

E a far da chiosa a questa analisi che chiede a Trump di esprimersi chiaramente per un distacco da MBS in questa fase, si è schierato anche Jim Mattis, ministro della difesa USA, indicando in MBS un uomo ancora immaturo per governare, come dimostrano le sue scelte che hanno portato ad una spaccatura nel mondo arabo ed a un consumo fuori controllo di risorse militari e politiche. Adesso la parola passa al popolo americano. Vinceranno i pro o i contro alle scelte del Presidente Trump?

In ogni caso, in molti si augurano che da domani, quando avremo già i dati elettorali e sapremo chi ha conquistato Camera e Congresso, potremo riflettere su quali saranno le strade e i consiglieri che indicheranno il movimento in area MENA per i prossimi due anni.