Quante Desiree ancora volete veder morire? 

in Editoriale

di Souad Sbai 

Questa è l’unica domanda che in questo momento tutti dobbiamo porre a chi ha il compito della gestione della sicurezza urbana delle nostre città.  Desiree aveva 16 anni, figlia di ogni madre e padre di una normale nucleo familiare. Ed è inumano che un genitore debba poter considerare una ipotesi del genere per la propria figlia.

Cosi come è stata inumano, folle e privo di ogni pietà il destino che sei o sette balordi hanno scelto per una ragazzina italiana in preda ad un folle e perverso senso di proprietà della sua giovane vita.

Attirata in uno stabile abbandonato, in mezzo alla movida romana di San Lorenzo, drogata e stuprata da quegli stessi bastardi senza alcun dio (volutamente minuscolo) che ne hanno decretato la morte con quel comportamento.

Cosa porta una ragazza di Cisterna di Latina già gravata dai suoi problemi, e che mai si sarebbe mossa da sola verso Roma (a sentire le dichiarazioni fornite dai parenti agli investigatori) a dirigersi da sola incontro ad un branco di spacciatori senza scrupoli in un covo senza alcun controllo in una zona ad alto tasso di frequenza giovanile? Un tablet rubato dice qualcuno, la ricerca di sostanze dicono altri.

L’unica cosa che si sa, e per testimonianza oculare di un senegalese che in quel luogo c’era (dopo la morte della ragazza), è che Desiree è morta ammazzata da un branco selvaggio all’interno di uno stabile abbandonato ed occupato da extracomunitari senza dimora.

Come la povera Pamela Mastropietro, anche Desiree ha subito una condanna a morte da parte di chi vive nella totale strafottenza di ogni norma, regolamento, etica e disciplina sociale, di chi vive alle spalle e sulle spalle dei cittadini che in silenzio continuano a sopportare queste presenze vicino alle proprie abitazioni una volta sicure.

Desiree è stata utilizzata come oggetto di piacere, come un cosa di nessuno, come un gioco da un gruppo di bestie che in altre parti del mondo sarebbe già stato affidato alla giustizia popolare.  Lungi da noi pensare al linciaggio. Noi siamo la culla e la patria del diritto. Eppure non riusciamo in nessun modo a far si che questo diritto possa funzionare per chiunque transiti su questo suolo. Diritti e doveri che valgono alternativamente per diverse fasce di popolazione, e discrimini quotidiani a vantaggio di chi delinque sotto gli occhi di tutti.

Desiree è morta in un cantiere abbandonato in pieno centro cittadino. In mezzo a chi beve e ride alla fine di una giornata di lavoro. E’ morta in un girone infernale rotto solo dai vigili del fuoco con le cesoie taglia catene. E’ morta la figlia di tutti noi.  E per l’ennesima volta ci troviamo a stringerci e piangere la morte di una innocente vittima di una società impazzita e senza controllo, in preda alla follia globalista, furiosamente drogata di becero pacifismo sociale e incondizionato buonismo da salotto.

E’ evidente che la responsabilità penale della morte di Desiree Mariottini sarà individuata dalla Procura di Roma in ordine alle risultanze degli esami scientifici e delle indagini al momento in corso.

Ma è altrettanto chiaro che questa morte insensata ed inaudita, come quella di Pamela, ha colpe morali e sociali. Che tali colpe ricadano su chi ha tutelato l’assenza di controlli in Italia in nome di una libertà senza regole, su chi ha tacciato coloro che si preoccupavano per il tasso di squilibrati in giro di fascismo e razzismo, su chi ha lucrato sulla presenza di disperati diventati manodopera della delinquenza comune, su coloro che hanno accusato di violenza le forze dell’ordine solo per aver fatto il proprio lavoro riprendendo con il cellulare ogni istante di una attività a scopo di denunciarne la violenza insita.

Su costoro che hanno sempre saputo, che sono sempre stati al corrente della pericolosità di alcune derive sociali, su coloro che si sono girati sempre dall’altra parte quando si facevano appelli chiedendo sicurezza e controllo, su tutti questi cada la colpa morale della morte orribile di una ragazza di sedici anni, che vi venga a trovare durante i vostri riposi notturni. Adesso chiedetele perdono, se ne siete ancora capaci.

E se mai aveste ancora un briciolo di dignità, tacete. Adesso veramente basta.

Chiunque abbia competenza legislativa, organizzativa, associativa è chiamato a farsi parte attiva di questa vicenda. Perché Desiree non muoia anche nel silenzio e finisca nel dimenticatoio. E’ il momento di scendere in prima persona, a riprendere le nostre città, a fare sentire la nostra voce e stare accanto ai servitori dello Stato, alla Polizia di Stato, ai Carabinieri, a tutte quelle forze civile e militari che quotidianamente prendono parte a questa silenziosa battaglia urbana. Che sia una volta per tutte, una rinascita, per Pamela, per Desiree, per tutti noi che meritiamo di vivere nella civiltà che abbiamo costruito con fatica, e che vediamo disgregarsi ogni giorno.

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