Paolo Borsellino

Quelle domande senza risposta sulla strage di Via D’Amelio

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Paolo Borsellino
Sono trascorsi 26 anni dalla strage mafiosa di Via D’Amelio a Palermo, che ha avuto come vittime il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Era il 19 luglio del 1992 e oggi si commemorano quelle morti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (il cui fratello maggiore Piersanti, presidente della Regione Sicilia, venne ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio del 1980), ha affermato: “Insieme al collega e amico Giovanni Falcone – ucciso poco meno di due mesi prima insieme alla moglie, la giudice Francesca Morvillo, e la loro scorta –, Borsellino è diventato, a pieno titolo, il simbolo dell’Italia che combatte e non si arrende di fronte alla criminalità organizzata. Onorare la memoria del giudice Borsellino e delle persone che lo scortavano significa anche non smettere di cercare la verità su quella strage”.
Parole simili ha twittato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Paolo Borsellino – e gli agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Coltiviamo la loro memoria nella lotta quotidiana alle mafie – ha scritto il premier –. La ricerca della verità su Via D’Amelio è un dovere per l’Italia che crede nel loro esempio e nell’onestà #19luglio”.
La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha definito Paolo Borsellino “un eroe civile, un simbolo della lotta alla mafia, ma prima di questo fu un uomo onesto, integerrimo, fedele ai principi costituzionali dello Stato”. La seconda carica dello Stato ha quindi sottolineato che “Il modo migliore per onorarlo oggi, assieme ai ragazzi della sua scorta, è quello di mantenerne vivi gli insegnamenti, continuare con impegno rigoroso e quotidiano la sua missione di giustizia e scrivere una pagina definitiva di verità e di riflessione su una tragedia che ha segnato l’esistenza di ognuno di noi”.
Salvatore Borsellino, fratello minore di Paolo, ha ricordato sul Blog delle Stelle dell’omonimo Movimento il supporto e la disponibilità che esso ha offerto a lui e alla sua famiglia, per collaborare a questa ricerca. L’attivista antimafia ha affermato di “aspettarsi molto da quei ragazzi che una volta” lo “invitarono a Pomigliano d’Arco” per discutere dell’attentato al congiunto. Tra loro c’era l’attuale vicepremier Luigi Di Maio, che all’epoca era “un ragazzino”, ha ricordato Salvatore Borsellino, e anzi, fu proprio lui a invitarlo. Di Maio parla anche oggi di verità e giustizia e nella posizione che ora occupa, può fare qualcosa per ottenerle.
Borsellino ha aggiunto di sperare veramente che la commissione Giustizia, “nella quale c’è una persona che stima moltissimo”, Giulia Sarti – la politica pentastellata che fa parte dell’Associazione Casa della Legalità e della Cultura, la quale lotta contro le mafie, e ha aderito al Movimento Agende Rosse, creato proprio da Salvatore –, e la Commissione antimafia riescano a dare una svolta alle immagini. Hanno dei poteri immensi – continua il fratello di Paolo Borsellino – e la Commissione antimafia può accedere agli archivi, interrogare persone senza l’autorizzazione della magistratura. Poi l’uomo conclude si dice convinto che il fratello sia stato “ucciso con un piano affrettato rispetto a quella che sarebbe stata la sua eliminazione, che sarebbe arrivata in ogni caso, per mano della mafia, ma che è stata sollecitata da parte di quella politica, di quei pezzi dello Stato, che avevano scelto di condurre con la mafia una scellerata trattativa: la famigerata trattativa Stato – Mafia di cui spesso parlano le cronache.
Venti giorni fa sono state depositate le 1865 pagine di motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta sull’omicidio di Borsellino e della sua scorta.
La stessa Corte, nell’aprile 2017, ha concluso l’ultimo processo per la strage, e le indagini proseguono. La Corte d’Assise ha criticato quelle condotte precedentemente sotto la guida del funzionario di polizia Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore. In tale ambito gli inquirenti avrebbero convinto il falso pentito Vincenzo Scarantino, risultato poi palesemente inattendibile, a distorcere la ricostruzione dell’attentato e ad attuare una serie di depistaggi. Inoltre i magistrati ritengono che si sia voluta occultare la “responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo” il lavoro di Paolo Borsellino. La Barbera, in particolare, sarebbe stato coinvolto nel furto dell’agenda – diario rossa che il giudice aveva nella sua borsa il giorno dell’attentato.
La Procura di Caltanissetta ha poi chiesto di processare tre poliziotti che si erano occupati delle indagini e le avrebbero depistate. Si tratta del dirigente Mario Bo e dei suoi assistenti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata. I tre avrebbero costretto a suon di botte il falso pentito Vincenzo Scarantino, insieme ad altri due, Francesco Andriotta e Salvatore Candura, a ad accusare sette boss mafiosi che però non centravano nulla, ovvero Salvatore Profeta (cognato di Scarantino) Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana e Giuseppe Urso. L’udienza preliminare contro i tre investigatori si terrà nei prossimi mesi.
Insomma, la morte di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta è ancora piena di punti da chiarire. Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, ha detto che questa presenta “gravi anomalie senza risposte”. Averle, invece, sarebbe “normale e degno di un Paese degno di questo nome”. Al contrario, parlare anche 26 anni dopo l’omicidio del padre di anomalie e depistaggi, è un fallimento per il Paese stesso (di cui Borsellino era “uno dei figli migliori”, come l’ha definito il quotidiano La Repubblica), per la famiglia del magistrato e per il popolo italiano, che meritano di sapere.

di Alessandra Boga


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