DIFFERENZE IMMUNITARIE TRA AFRICANI ED EUROPEI

in Cultura

difese immunitarieGli Europei e gli Africani portano una sostanziale differenza della risposta alle infezioni, come si evince dallo studio sul genoma. Da una ricerca riportata sulla rivista “Cell” si appura che questa differenza è dovuta alla diversa evoluzione del DNA che dipende dall’ambiente al quale l’uomo ha dovuto adattarsi.

Le popolazioni del mondo sono caratterizzate da differenti sensibilità alle infezioni, alle malattie infiammatorie e alle patologie autoimmuni. Due nuovi studi pubblicati sulla rivista “Cell” mostrano che questa variabilità può essere spiegata in gran parte da differenze genetiche che si sono strutturate durante l’evoluzione. In particolare, in seguito all’antica migrazione dal continente africano, si sarebbero verificate mutazioni che hanno garantito un vantaggio adattativo agli individui che affrontavano minacce alla salute dipendenti in modo specifico dalle regioni in cui vivevano.

Come risultato, secondo le nuove prove, le persone di ascendenza africana mostrano generalmente una più forte risposta immunitaria rispetto a quelle di ascendenza europea. Ma il dato forse più interessante è che il sistema immunitario degli europei fu parzialmente plasmato dall’introduzione di nuove varianti genetiche, frutto dell’incrocio tra alcuni dei nostri antenati e i neanderthaliani.

Nel primo studio, Quintana-Murci dell’Institut Pasteur di Parigi e colleghi hanno utilizzato tecniche di sequenziamento dell’RNA per caratterizzare il modo in cui le cellule immunitarie note come monociti primari rispondono agli attacchi di batteri e virus. I risultati indicano che la risposta del sistema immunitario alla presenza di patogeni innesca un’attivazione dei fattori trascrizionali, che controllano l’espressione dei singoli geni, secondo modalità che dipendono a loro volta da varianti genetiche specifiche delle diverse popolazioni.

Esistono anche prove evidenti dell’avvenuta selezione naturale dei geni che controllano la risposta immunitaria: in particolare, i dati indicano che gli europei hanno “preso in prestito” dai Neanderthaliani alcune varianti dei fattori di regolazione genica

coinvolte nella risposta immunitaria alle infezioni virali.

Nel secondo studio, Luis Barreiro dell’Università di Montreal, in Canada, e del CHU Sainte-Justine della stessa città, ha analizzato con i colleghi un altro tipo di cellule immunitarie, note come macrofagi primari, derivatieda 80 africani e 95 europei, verificandone la risposta a due batteri patogeni:Listeria monocytogenes, un potenziale contaminante di molti alimenti, eSalmonella typhimurium, una variante di salmonella enterica responsabile della febbre tifoide.

In queste cellule, i ricercatori hanno scoperto che il 9,3 per cento dei geni hanno differenze nei meccanismi di regolazione genica che vengono attivati in risposta alle infezioni, riconducibili alla diversa ascendenza. Inoltre, hanno scoperto che solo negli individui di ascendenza europea è presente una mutazione su un unico gene che codifica per un importante recettore del sistema immunitario responsabile di una risposta infiammatoria più limitata rispetto alle altre popolazioni. Evidentemente, secondo gli autori, questa mutazione diede un vatnaggio evolutivo nelle condizioni ambientali tipiche del continente europeo. Negli africani invece la risposta infiammatoria è più vigorosa, e consente di limitare la crescita dei batteri nell’organismo.

“Ci aspettavamo di vedere differenze nella risposta immunitaria associate alle origini filogenetiche, ma certo non una evidenza così chiara di una risposta  alle infezioni più forte nei soggetti di origine africana”, ha sottolineato Barreiro. “Questi risultati forniscono una prima descrizione della base genetica delle differenze di popolazione nella risposta immunitaria; più in generale, i nostri risultati dimostrano in che modo gli eventi selettivi storici continuano a plasmare la diversità nei tratti degli esseri umani attuali, compresi i meccanismi che controllano le infezioni”.

Da rimarcare, come hanno sottolineato gli stessi ricercatori, che i due studi sono arrivati a conclusioni tra loro molto simili, nonostante fossero focalizzate su diversi tipi di cellule immunitarie. lescienze.it