…Intanto si continua a sbarcare e…a morire

in Editoriale/MAIN

…Intanto si continua a sbarcare…e a morire.

Si discute, si accusa, si urla, si impreca, si proclamano salvifiche ricette mentre sulle coste italiane prosegue lo sbarco di tanti esseri in cerca di un futuro migliore. Per carità, niente esternazioni di buonismo ma solo la speranza di poter dispensare quella ‘goccia di umanità’ che vale più di ‘cento vagoni di ragione’. Immigrazione: un problema globale che esige risposte coerenti e globali. Per affrontare e soprattutto risolvere il problema di questi tempi o si vola alto o ci s’impantana nella casistica. Il XXI secolo è proprio quello delle grandi ondate migratorie, o meglio sarebbe dire quello delle migrazioni di tanti disperati che fuggono da guerra, fame e miseria. Inutile snocciolare cifre in Parlamento o firmare solenni “Trattati” a Bruxelles; è inutile elaborare chilometrici “regolamenti” in Lussemburgo, così come inutili sono le visite a Lampedusa o a Portopalo o ad Augusta e pompose promesse di aiuti europei, se non si affronta il problema nella sua essenza cruenta.

La domanda che, non da oggi, si va ripetendo è questa: ci si rende conto della “natura” e della complessità del fenomeno? Di quali conseguenze esso è causa non remota? Di quali e quante implicazioni umane e sociali questo fenomeno è portatore? La questione immigrazione è una vera e propria bomba che è deflagrata nelle mani di tutti coloro che l’hanno maneggiata con superficialità e pressapochismo ammantandosi di tutto quel buonismo virtuoso e solidale solo a parole.

Serve un colpo di reni e uscire dalla politica del contingente, che serve solo per la propaganda e non per altro. Il problema è e rimane quello di come affrontare tutta l’emergenza che gli sbarchi degli ultimi mesi hanno trasformato il problema da semplice in un fenomeno biblico che è diventato un problema enorme.

L’Europa, netta natura istituzionale di Unione deve trovare e approvare regole comuni, senza tanti pruriti xenofobi, capaci di armonizzare l’arrivo delle carrette del mare. Però non mi risulta che questa Europa, che si sforza di definirsi “liberale” faccia tutto il possibile per dare vita a un minimo di “libertà”, rivedendo le norme sul diritto d’asilo, che legittimi l’uso dell’aggettivo liberale. Tempo fa mi è capitato di leggere un refranero, ossia una raccolta di detti popolari (refranes) spagnoli, un proverbio: quien de lejanas tierras viene, miente como quiete, che vuol dire letteralmente “diffidare dallo straniero”, ossia di colui che viene da lontano (quien de lejanas tierras viene), in quanto ingannatore (miente como quiete).

I francesi esprimono lo stesso timore dicendo: à beau mentir qui viene de loin. Non da meno gli inglesi: long ways, long lies. Probabilmente, se facessi una ricerca approfondita, scopriremmo che ogni popolo ha la sua brava collezione di detti da cui trapela un senso di paura dell’altro che innesca una reazione difensiva consistente in una certa “sordità” o “relativa incomunicabilità”. Persino le “mogli e buoi” devono (dovrebbero) essere dei paesi tuoi!

Non pochi segnali, tutti connessi al problema dell’immigrazione e della non facile convivenza fra culture, ci lasciano intuire che questi limiti, in Italia e in Occidente siano ancora presenti e che hanno imboccato una china pericolosa mettendo in discussione i diritti umani che sono diritti naturali, fondamentali e inalienabili, quali, per dirla con Einaudi, è necessario “usare formule del linguaggio persuasivo che possono avere una funzione pratica in un documento politico per dare maggiore forza alla richiesta, ma non hanno nessun valore teorico, e sono pertanto completamente in una discussione di teoria del diritto”.

In Europa, in Italia e nel mondo è necessario che maturi ancora di più la cultura liberale non scritta nei saggi ma espressa dai comportamenti per rendere un vero servizio alla collettività. Per questo è il caso, oltre che affrontare l’emergenza che eviti tante morti, di rafforzare tutte le iniziative di democrazia, di cooperazione e di sviluppo in modo da consentire un piano di evoluzione sociale. È questo un modo serio e vero per prevaricare le condizioni d’identità che nessun uomo vorrebbe mai perdere perché fanno parte del proprio Dna nazionale e sociale.

Il problema, perciò, sta nella mancanza di una strategia che oramai non è solo di ordine nazionale o europeo ma di ordine planetario. Un problema così grande che meriterebbe un’attenzione e un impegno non di carattere propagandistico ma di ordine civile, umano e, perciò politico nel senso più alto e greco di questo termine.

Beppe Cipolla