Indonesia, musulmani pretendono ora di Islam in scuole cristiane

in Esteri/MAIN

a cura di Martina Margaglio

Si riaccende la polemica in Indonesia. Il MUI, ossia il Consiglio degli ulema indonesiani, ha manifestato tutto il suo dissenso per la mancanza dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole cattoliche del paese. La vicenda riguarda in particolare la città di Klaten, nello Java centrale, dove per il leader locale del Consiglio la mancanza dell’ora di Islam rappresenterebbe una grave inadempienza. Già lo scorso anno polemiche analoghe, poi rientrate, erano emerse a Blitar e Tegal. All’epoca erano stati i genitori dei bambini musulmani a difendere le scuole cattoliche nelle quali studiavano i loro figli, sottolineandone l’elevata qualità degli standard di insegnamento. Dal canto suo Hartoyo, il leader del MUI di Klaten, ha invitato tutte le scuole private, compresi gli istituti cattolici, ad assumere docenti qualificati per l’insegnamento della religione islamica per tutti gli studenti musulmani. Ha poi aggiunto che ciascuno studente dovrebbe poter usufruire di lezioni inerenti “la religione di appartenenza”. A fargli eco un’associazione scolastica privata della zona, la Bmps, che condanna l’assenza di insegnanti musulmani e chiede che la soluzione venga affrontata e risolta “nel miglior modo”. Tuttavia in Indonesia, secondo una prassi consolidata da decenni, le scuole private cattoliche e cristiane non sono obbligate a organizzare corsi di religione islamica e momenti di lettura del Corano, così come avviene in quelle statali. Queste si limitano a fornire seminari e lezioni sulla religione cristiana e sul catechismo. Ciò nonostante gli studenti musulmani che frequentano gli istituti ricevono gli insegnamenti previsti dall’Islam grazie ad appositi corsi promossi dalla comunità islamica di appartenenza. Inoltre, al momento dell’iscrizione, i dirigenti scolastici assicurano genitori e famiglie musulmane che non vi saranno tentativi di convertire gli studenti e che sono banditi atti di proselitismo cristiano. E’ per questo motivo che i più ritengono esservi stata una strumentalizzazione della vicenda che ha assunto dei connotati per lo più politici piuttosto che spirituali. In questi anni, le autorità indonesiane hanno ceduto più volte di fronte alle pressioni del MUI. Ad Aceh, regione situata sull’estremità settentrionale dell’isola di Sumatra in cui governano i radicali islamici, le donne non possono indossare pantaloni attillati o minigonne. Le sempre più numerose leggi locali ispirate alla shari’a, la legge islamica, minacciano la libertà degli aderenti a fedi religiose diverse da quella musulmana, costretti ad adattarsi al costume islamico. Nel recente passato il MUI si era scagliato contro il popolare social network Facebook perché “amorale”, contro lo yoga, il fumo e il diritto di voto, in particolare alle donne. Nel 2012 un giovane ateo indonesiano è stato addirittura arrestato per aver affermato pubblicamente il suo ateismo e aver scritto su internet “Dio non esiste”.

L’Islam è radicato in Indonesia da molto tempo. Nel XIII secolo è giunto nel paese, ed è diventato un potere politico sin dal XVI. Tuttavia gli indonesiani hanno preservato la propria identità locale, la loro cultura e le loro tradizioni. Le donne musulmane non indossavano il velo, ma i vestiti tradizionali, mentre gli uomini indossavano il songkok, il cappello tradizionale. Questi di rado si lasciavano crescere la barba, tipica degli islamici più praticanti. Attualmente, invece, stiamo assistendo ad una sorta di “islamizzazione” e “talebanizzazione”, che stanno trasformando l’Islam indonesiano in una nuova religione radicale. L’accresciuto numero di moschee, le espressioni religiose nel dominio pubblico e i vari tentativi di vendere sentimenti religiosi alla politica non sono che indicazioni del preoccupante risorgere del radicalismo islamico.

martedì, novembre 12th, 2013

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