Conciliare il pensiero classico dell’islam con il pensiero moderno: ecco la risposta al fanatismo

in Attualita'/Editoriale/MAIN

Siamo difronte a un’espansione preoccupante e dilagante di guerriglie, che partono dal Mediterraneo e arrivano all’Oceano Pacifico. Cristiani, musulmani moderati, sciiti sono strozzati dalla violenza terrorista in Siria, Egitto, Kenya, Pakistan, Nigeria, India, Vietnam e moltissimi altri Paesi. Tutte questi scontri hanno una matrice: l’islam, che è profondamente in crisi e che non ha ancora affrontato il discernimento del mondo moderno, preferendo così rifugiarsi nell’islam del passato.

La cronaca degli ultimi mesi ci mette davanti a una serie interminabile di attentati kamikaze, tra gli ultimi  quello nella chiesa di Tutti i Santi a Peshawar, provincia del Pakistan, quello nel collegio di studenti in Nigeria, il sequestro e le uccisioni nel centro commerciale di Nairobi, l’agonia di molti cristiani in Egitto, le minacce ai cristiani a Maaloula e in tutta la Siria. Violenze gratuite, che seminano sangue e terrore, tutte rivendicate da associazioni terroristiche di base islamica. Le primavere arabe, condotte insieme da cristiani e musulmani, avevano fatto sperare per un futuro migliore e una collaborazione per i diritti umani, la democrazia, la libertà religiosa ma ora tutto sembra aver fatto marcia indietro.

Coloro che agiscono in questi attentati sono terroristi pronti a rischiare la vita per dare la morte agli altri, senza alcuna spiegazione. Essi lo fanno contro innocenti, contro categorie viste come nemici: musulmani sciiti o ahmadi, cristiani, oppure poliziotti che rappresentano l’ordine che il governo centrale cerca di stabilire. Tutte queste persone soffrono un disagio. In Somalia, da dove provengono gli Shabab, responsabili dell’eccidio a Nairobi, il problema è fra gli stessi musulmani, ma i terroristi hanno esportato i loro problemi in Kenya, con la scusa che Nairobi aiuta il governo somalo a riprendere il controllo del Paese. La motivazione è dunque politica ma, qualunque motivazione venga espressa, essa viene tradotta in violenza e, cosa ancora più scandalosa, violenza in nome dell’Islam.

Molto spesso gli stessi mussulmani si sono schierati contro questi episodi, parlando di fatti inacettabili. Ma allora da dove arriva tanto odio e tanta barbaria? Si tratta sempre di una questione di cultura, non intesa come conoscenza in toto ma semplicemente di forma mentis. E’ infatti  l’educazione ricevuta che spinge i terroristi alla violenza.  Sostenuti da un dotto imam, che emette una fatwa essi si abituano a usare la violenza contro chiunque non la pensi come loro.

Nonostante le dichiarazioni di alcuni esponenti mussulmani, che parlano di “gente senza religione” in riferimento agli attentatori, essi hanno un preciso ordinamento spirituale e lo dichiarano apertamente tutte le volte in cuii “muoiono” in nome di Allah. Essi si dichiarano islamici. Anzi, pretendono di essere i veri islamici, che applicano fedelmente la shari’a. Purtroppo, i musulmani moderati, quasi per una mania, cercano di annacquare tutto, allontanando le critiche all’Islam, dicendo che i terroristi “non hanno religione”, o “non sono veri musulmani, perché l’islam è una religione pacifica, l’islam è la religione del medio (dīn al-wasat) e non può essere estremista!”.

È un fanatismo islamico sotto varie forme. Contro questo devono protestare anzitutto i musulmani, e non solo a parole. Alla base di questo atteggiamento dei terroristi vi è l’insegnamento di alcuni imam che li formano alle discipline islamiche, li guidano, li sostengono, li educano fino a dare loro l’ordine di uccidere. Fino a quando non si avrà il coraggio di dire apertamente che  questo atteggiamento è responsabilità dell’islam, e che coloro che tacciono sono in qualche modo conniventi, non servirà a nulla dire che non si è d’accordo con la violenza, anche se poi si va a consolare i familiari degli uccisi cristiani.

In Egitto e in Tunisia, fino a pochi mesi fa vi era stato uno spirito nuovo portato dalle primavere arabe: esse hanno fatto emergere una nuova visione, dei diritti umani, della cittadinanza comune per cristiani e musulmani, mettendo la religione in secondo piano, in stile laico aperto a tutti e non secolarista. Ma questo discorso è durato solo circa tre mesi. Dopo, ovunque sono subentrati i gruppi islamici: in Egitto i Fratelli musulmani e i salafiti; in Siria tutte le bande fondamentaliste dall’estero, pagate dai Paesi arabi del Golfo, perfino occidentali convertiti; in Tunisia i salafiti e i Fratelli musulmani, sotto un altro nome. Il mondo mussulmano vuole veramente aprirsi al mondo di oggi ma manca una presa di coscienza abbastanza forte per fare da contrappeso alla restaurazione islamista, sempre più feroce poichè sta intuendo un pericoloso cambiamento. Dappertutto la tendenza islamista ha preso il potere, perché i gruppi sono ben organizzati e sanno operare sulle folle: in Tunisia, in Egitto, che fortunatamente però sta perdendo, in Libia, in Siria e in altri Paesi.

La questione è che l’Islam è in profonda crisi esistenziale e di civiltà. Il mondo musulmano si presenta oggi come un blocco,  che si sente politicamente debole e militarmente scarso. Ecco dunque che l’ancora di salvezza sembra essere il Corano in cui di  Muhammad si dice: “In effetti, voi avete nel Messaggero di Dio un eccellente modello da seguire, per chiunque spera in Dio e nel Giorno ultimo, e invoca Dio con insistenza” (Sura 33, delle Fazioni alleate, Al-Ahzâb, v. 21). Il Profeta Maometto diventa dunque simbolo da imitare a ogni costo. Egli ha combattuto i miscredenti con tutti i mezzi, compresi la guerra (secondo la miglior tradizione, egli avrebbe fatto più di sessanta razzie (ghazawāt) in meno di dieci anni!). Il ritorno alle origini rilancia dunque l’ideale  del jihād (il combattimento sulla via di Dio) e la soluzione della guerra pare la più immediata. A facilitare le cose poi ci si è messa anche la manna del petrolio, che ha portato ricchezze e soldi nei Paesi mussulmani, per cui è diventato facile procurarsi le armi e mantenere gruppi di combattenti (mujāhidīn). Con i soldi essi prendono dall’occidente le armi, lo si è visto in Siria, dove affluiscono armi provenienti dall’Europa, dagli Usa, dall’Arabia e dal Qatar e si crea dunque un circolo vizioso che si chiude su se stesso senza una via d’uscita. Non erano necessarie le parole del Papa per sapere che la violenza non porta altro se non altra violenza. E purtroppo è quello che sta accadendo in Medio Oriente e nell’Africa Settentrionale. Fiumi di sangue senza soluzione perchè il problema non è la jhiad in sè stessa ma la base del confronto tra l’islam e la modernità. E’ necessario discernere quali cose nell’islam devono essere riviste e quali cose nella modernità vanno accettate o rifiutate. È un discernimento sia di sé come musulmano, sia sulla civiltà che viene dal di fuori.

Tale dibattito culturale potrebbe partire proprio dalle Università islamiche di Paesi che hanno dimostrato una maggiore apertura verso i diritti e la modernità, per esempio il Marocco o la Turchia, dove si potrebbe dare un’alternativa a quella attuale dove la gente o si sottomette all’islam dominante, o tace, o fugge in occidente. La vera risposta al fanatismo dei terroristi potrebbe veramente essere questa: conciliare il pensiero classico dell’islam con il pensiero moderno e qui entrerebbero in gioco anche l’Europa e l’occidente.

Più volte sul nostro giornale abbiamo infatti denunciato l’espansione a macchia d’olio dei gruppi terroristici di matrice Islamica, cercando di allertare anche i Paesi occidentali, primo fra tutti l’Europa, troppo presi per trovare una soluzione che metta d’accordo tutti sull’immigrazione e cieca davanti a movimenti assai inquietanti provenienti da nuove associazioni terroristiche. Non è con gli aiuti militari, o con i rapporti commerciali che l’Europa intesse con i Paesi del Medio oriente che si arriverà a una soluzione. C’è bisogno di un ripensamento totale dell’Islam per il mondo contemporaneo, ripensamento che avverrà soltanto attraverso l’istruzione e l’educazione personale dei singoli individui. Puntare sulla cultura è la chiave di volta, e la responsabilità del mondo cristiano è alta. Ci vogliono fermezza e coerenza di principi anche per la Chiesa che negli ultimi tempi vacilla di fronte al mondo mussulmano che sembra più organizzato e stabile. Per evitare che giovani europei si convertano a un islam radicale occorrono controlli ma, soprattutto, risposte culturali forti, che dimostrino l’inutilità della violenza fine a sè stessa. Perchè, se c’è una cosa che mette d’accordo mussulmani moderati e cristiani è che nessuna guerra può essere fatta in nome di Dio.

Costanza Moretti

Ultime da Attualita'

Vai a Inizio pagina