Da Kabul a Torino, laddove il burqa non è più reato

in Attualita'/MAIN/Politica

a cura della Redazione Almaghrebiya

Indossare il burqa in un luogo pubblico non viola la legge sul travisamento (art. 5 della Legge Reale) se, quando richiesto dalle forze dell’ordine per un controllo, la persona accetta di sollevare il velo e farsi riconoscere. Sulla base di questa considerazione la Procura di Torino ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta nata dalla denuncia di un cittadino di Chivasso, nel torinese, nei confronti di una donna di religione islamica che indossa il burqa o più propriamente niqab, ovvero il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. A Torino evidentemente la cronaca afghana non arriva e le poche informazioni dal paese che ha subito più attentati da persone coperte con il burqa fanno si che anche la legge Reale del 1975 sia, per così dire, interpretata. Mettiamo il caso che una donna porti il burqa o il niqab. Viene fermata da una qualsivoglia pattuglia e viene identificata, tramite il sollevamento della parte anteriore dell’indumento. Poi si ricopre e va via. La legge Reale, che vieta l’andare in giro a volto coperto per motivi di sicurezza e riconoscibilità, che fine fa? Nemmeno un minuto, se si legge con attenzione il dispositivo normativo del 1975, si può circolare con volto coperto. Allora dovremmo dedurre che la persona indossante il burqa o il niqab, sia nella legalità per il tempo necessario al controllo per poi ricadere nell’illegalità? Probabilmente si, visto che se volessimo fare i pignoli, potremmo parlare, per questa fattispecie, di “legalità monca” oppure “a tempo”. L’occultamento del volto, anche con un casco integrale o passamontagna, in Italia è reato. Punto. Non c’è discussione. Lo pensano anche coloro che sono scampati all’attentato che due giorni fa in Afghanistan, tramite kamikaze coperto da burqa, ha fatto 5 vittime francesi. Oltre alle centinaia fra civili e militari afghani. In Italia pare ci sia ancora una certa titubanza sull’argomento. Domanda da un milione di dollari per il lettore: se la mia intima convinzione, tale da non farmi andare in giro senza, mi imponesse di tenere il casco integrale in testa tutto il giorno, verrei arrestato? Se fondassi il “sacro casco”, potrei andare in giro totalmente occultato oppure no? Questione di punti di vista, mi dice qualcuno, ma anche no. Un po’ più di buonismo, forse e di cattiva conoscenza della vicenda velo nell’Islam. Saber Mounia, esponente della comunità marocchina che qualcosa di Islam magari ne sa più di qualsivoglia giudice, ci dice: “Nel Corano non esiste alcun obbligo né cenno alla copertura totale del corpo e del volto. È un’impostazione estremista e radicale, derivante dalle usanze afghane e in generale dell’entroterra caucasico, che affondano le radici in tradizioni del tutto estranee all’Islam”. E la donna? “La donna sotto un burqa o un niqab è nulla. Niente di niente. E se non lo mette, troppe percosse le vengono riservate. Altro che scelta religiosa di vita. È una prigione dell’anima oltre che del corpo. Ma di questo pare non interessare nulla a nessuno, tanto da chiederci se a qualche uomo nelle alte sfere il burqa possa piacere”. Non è dunque scelta religiosa. E, aggiungiamo noi, una violazione della legge. Cosa alla quale non crediamo, nonostante il clima di illegalità diffuso che colpisce il nostro Paese da sempre, si possa ovviare con così grande semplicità. Visto che nessuno paga la responsabilità di determinate scelte, se non le donne stesse.