Le donne e le rivolte nel mondo arabo.

in Esteri

Molto spazio stanno avendo le rivolte arabe di questi mesi, due delle quali hanno portato alla fine di decennali regimi: quello di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto.

Ora la guerra in Libia sta ponendo fine all’era Gheddafi.

Poco, tuttavia, si è parlato del ruolo delle donne nelle rivolte. La maggior parte di loro non ha partecipato agli scontri a fuoco, ma tantissime hanno manifestato per le strade. Anche contro altre donne, le più potenti: le first lady.

Odiata, più ancora del marito, era Leila Trabelsi, consorte del presidente tunisino Ben Ali. La famiglia dell’ex-parrucchiera aveva proprietà e controllava praticamente i giri d’affari di tutta la Tunisia. Si dice che sia fuggita dal Paese con enormi quantità di oro e denaro.

Moltissime sono le donne tunisine scese in piazza. Certe lavorano da anni per la democrazia e una reale parità dei sessi, benché il Paese sia messo meglio di tanti altri nel mondo arabo: nonostante la dittatura, a partire dal 1956, la Tunisia ha proibito poligamia ed il matrimonio per le minori, permesso divorzio e aborto, resa obbligatoria l’istruzione per le bambine. Il velo è stato di fatto vietato e non pochi oggi chiedono che torni la libertà di portarlo: anche nelle manifestazioni di gennaio si sono viste ragazze indossarlo.

Radhia Nasraoui è avvocato e femminista, presidente dell’Associazione per la lotta alla tortura. Ha conosciuto la clandestinità, le prigione, fatto scioperi della fame.  E’ stata la prima, il 17 dicembre, a guidare la rivolta popolare a Sidi Bouzid, dove un giovane disoccupato si era dato fuoco per protesta, dando inizio alla rivoluzione. Maya Jribi, a sua volta avvocato e femminista, dal 2007 è presidente del Partito progressista democratico ed è forse la più nota tra le molte tunisine entrate in politica. In Parlamento ben il 23 per cento dei deputati è costituito donne (in Italia siamo al 21). Nell’attuale governo provvisorio, il Ministero della Cultura è affidato alla regista Moufida Tlatly.
Gli innegabili diritti di cui godono le tunisine, tuttavia non bastano. Lina Ben Mhenni è un’icona della giovane generazione e nel suo blog, chiamato “A Tunisian Girl” (in tre lingue), ha denunciato a lungo le discriminazioni subite. “Nel suo Paese la ragazza tunisina non può esprimersi, il suo blog è censurato” è il sottotitolo della sua pagina internet, immutato nonostante la fine della censura. Tuttavia si sono registrati piccoli passi avanti: informazioni su manifestazioni, istantanee di raduni, foto di librerie, espongono opere una volta vietate.

In Algeria sembra tornata la calma. Della 50enne che si era data fuoco per protesta a Sidi Bel Abbas, per chiedere un sussidio economico, non si è quasi parlato.

C’è qualche donna in politica: la più celebre è Khalida Messaoudi, Ministra della Cultura.

E’ donna il 70 per cento degli avvocati e il 60 per cento dei giudici e soprattutto, come in altri Paesi islamici, nelle università le ragazze superano i maschi. Tante algerine sono insegnanti, giornaliste, attiviste, guidano autobus e taxi, lavorano alle pompe di benzina. “Ma è solo l’effetto perverso della crisi, gli uomini da noi emigrano in massa” avverte Dahhu Gebril, direttrice della rivista “Naqd” (Critica).

Le donne rimangono discriminate da una società maschilista e violenta, rincara la dose la giornalista Souad Belhaddad: “Se una viene aggredita, è una prostituta . Se sporge denuncia, è manipolata. Se ha la solidarietà internazionale, è sospetta”.

In Egitto la pratica delle mutilazioni genitali femminili è diventata illegale, dopo la scoperta che il 97% delle bambine l’ha subita. Questo per merito della pur contestatissima ex first lady Suzanne Mubarak, dell’ex Ministra della Famiglia Moushira Khattab e di tante attiviste. Tuttavia “le donne restano discriminate per mille cose, dal diritto di famiglia che le penalizza, all’isolamento di tante che non possono sposarsi. Per questo dobbiamo cambiare il sistema e il regime che lo difende” dice Farida Naqqash, storica femminista e dirigente del partito laico d’opposizione “Tagammu”.

La guida dei partiti e delle organizzazioni è, al solito, maschile. Ma le elezioni politiche di novembre hanno visto scendere in campo uno stuolo di donne preparate ed assai determinate. Anche se ad aggiudicarsi le “quote rosa”, introdotte per la prima volta, sono state donne già facenti parte del governo.  “Mi hanno rubato il seggio già assegnato, i soliti brogli”, lamenta Mona Makram-Ebeid, che dice di non sapere, se l’abbiano fatto “perché sono donna, cristiana, o anti-Mubarak”.

Non ce l’ha fatta neppure Gamila Ismail, ex giornalista ed ex moglie di Ayman Nour, leader del partito di opposizione “Al-Ghad” (“Domani”), già finito in carcere per aver avuto il coraggio, per la prima volta in Egitto, di sfidare il presidente alle elezioni del 2006.

Tuttavia Gamila non demorde perché, pur essendo “ divorziata, single, femminista”, molti le hanno dato fiducia.

In piazza Tahirir si è recata la storica femminista 79enne Nawal El-Sadaawi. Intervistata da El-Paìs, dice: “Per la prima volta le donne e gli uomini dell’Egitto sono stati uguali. Le donne di tutte le età e di tutte le classi sociali sono state in piazza Tahrir, anche le madri con i bambini da allattare hanno dormito in piazza”. Ricorda che anche le donne sono morte nella rivoluzione. Tuttavia molto resta da fare: ad esempio nella Commissione per la riforma della Costituzione, non è stata nominata nessuna donna e le manifestanti hanno chiesto che le egiziane siano presenti in ogni commissione e nelle istituzioni.

Nawal non teme l’avanzata dei Fratelli Musulmani, ma purtroppo un recente referendum per operare emendamenti costituzionali, ha visto la loro vittoria al 77, 5%.

Le manifestanti scese in strada l’8-9 marzo sono state aggredite dai militari ora al potere, con bastoni e tubi di gomma, picchiate, insultate (“tornatevene a casa”, “prostitute”), arrestate, torturate, anche con scariche elettriche, costrette a denudarsi, mentre i soldati le fotografavano ed infine sottoposte a un “test di verginità” con la minaccia di essere incriminate per prostituzione se trovate non vergini. Con tale pretesto, molte sono state in seguito violentate, denuncia Amnesty International.

Durante una dimostrazione è stata stuprata anche la nota giornalista americana Lara Logan, poiché si era sparsa la voce che fosse ebrea.

In Libia sono state uccise donne, solo perché passavano dalle finestre bottiglie d’acqua ai manifestanti. Scalpore ha suscitato la denuncia di Iman al-Obaidi, di essere stata arrestata al checkpoint di Tripoli e violentata  per due giorni da 15 uomini di Gheddafi, perché proveniva da Bengasi, roccaforte della rivolta. Le hanno promesso molti soldi, una nuova casa e quant’altro, se avesse cambiato  versione dei fatti. La coraggiosa Iman, però, non è arretrata di un passo.

Nelle proteste contro Gheddafi, dal 17 febbraio in poi, le donne scese a manifestare non erano più del 10%, ma hanno comunque giocato un ruolo importante. Nel Governo provvisorio di Bengasi ce ne sono tre e Al-Jazeera ha mandato in onda diversi servizi  sulle madri e mogli dei ribelli che inviavano loro del cibo, manifestavano l’8 marzo e per la no-fly zone.  Persino alcune delle ex “amazzoni” di Gheddafi sono passate da parte dei rivoltosi, come Naima Rifi, 46 anni e Aziza Ibrahim, che il 27 febbraio, sulla tv libanese Al-Jadid/New TV, ha dichiarato, fuori dai denti: “Se oggi fossi ancora una delle sue guardie del corpo donne, una delle sue amazzoni, vorrei ucciderlo con le mie mani…”. Perché impediva alle sue “suore rivoluzionarie” di sposarsi, stare con la famiglia e soprattutto esse dovevano essere pronte a tutto, anche ad uccidere i parenti del raìs, che gli si opponevano e ad assistere alle esecuzioni di studenti presi direttamente in università (ne hanno “tirato per le gambe uno” finchè non è morto, racconta Aziza).

In Yemen è stata una donna a guidare la rivolta di febbraio, la 32enne Tawakkol Karman, che per questo ha conosciuto la prigione.

Tuttavia, eccezion fatta forse per la più matura Tunisia, incombe il pericolo dei Fratelli Musulmani, sui Paesi islamici in rivolta: proprio come in Egitto. E sarebbero le donne tra i primi ad affrontare peggiori discriminazioni.

Alessandra Boga